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Norman G. Finkelstein

L'industria dell'Olocausto

Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei

(2002)

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CAPITOLO 3

LA DUPLICE ESTORSIONE


In origine, con il termine «sopravvissuto all'Olocausto» si indicava chi aveva patito il terribile trauma dei ghetti ebraici, dei campi di concentramento e dei campi di lavoro schiavistico, spesso in questa sequenza. I sopravvissuti alla fine della guerra sono generalmente stimati nell'ordine delle centomila persone1; di queste, oggi saranno ancora in vita non più del venticinque per cento. Dal momento che a coloro che avevano subito l'esperienza dei campi veniva concessa la palma del martirio, molti ebrei che trascorsero altrove il periodo della guerra e delle persecuzioni sì presentarono come sopravvissuti. Dietro questa impostura stava anche un altro valido motivo, di ordine materiale: il governo della Germania postbellica pagava un risarcimento agli ebrei che erano stati nei ghetti o nei campi e molti ebrei si costruirono un passato in grado di soddisfare tali requisiti2. «Se tutti quelli che pretendono di essere dei sopravvissuti lo fossero dawero» inveiva mia madre «Hitler chi avrebbe ammazzato?»

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In effetti, molti studiosi hanno messo in dubbio l'attendibilità delle testimonianze dei sopravvissuti. «Un'alta percentuale di errori che ho scoperto nelle mie stesse opere» ricorda Hilberg «potrebbe essere attribuita ai testimoni.» Anche chi lavora nell'industria dell'Olocausto, come Deborah Lipstadt per esempio, osserva ironicamente come spesso i sopravvissuti all'Olocausto sostengano di essere stati esaminati ad Auschwitz da Josef Mengele in persona.3

A parte gli inganni della memoria, qualche testimonianza di sopravvissuti all'Olocausto può essere considerata sospetta per altre ragioni. Dal momento che oggi i sopravvissuti sono venerati come santi laici, non si osa metterli in dubbio. Dichiarazioni assurde passano incontestate. Nel suo acclamato libro di memorie, Elie Wiesel ricorda di avere letto, appena liberato da Buchenwald, all'età di diciotto anni, «la Critica della ragion pura», non ridete!, «in yiddish». A parte il fatto che lo stesso Wiesel ammette di essere stato all'epoca «completamente a digiuno di grammatica yiddish», resta comunque che la Critica della ragion pura non fu mai tradotta in yiddish.

Narra anche, con dovizia di particolari, di un «misterioso studioso del Talmud» che «in due settimane, solamente per stupirmi, imparò a fondo l'ungherese». Dichiara a un settimanale ebraico di «diventare spesso rauco o afono» quando legge mentalmente le proprie ope[125]re «ad alta voce, interiormente». E a un giornalista del «New York Times», poi, racconta di quando una volta fu investito da un taxi in Times Square: «Feci un volo di un intero isolato. Fui investito tra la Quarantacinquesima Strada e Broadway e l'ambulanza mi raccolse alla Quaranta-quattresima». «La verità che presento è nuda e cruda» sospira Wiesel. «Non potrei fare altrimenti»4.

In anni recenti, l'espressione «sopravvissuto all'Olocausto» ha assunto un nuovo, più ampio significato: designa non soltanto chi ha sofferto nei campi, ma anche chi è riuscito a sfuggire ai nazisti; così, nella categoria rientrano, per esempio, gli oltre centomila ebrei polacchi che dopo l'invasione tedesca della Polonia trovarono rifugio in Unione Sovietica. Eppure, osserva lo storico Leonard Dinnerstein, «quelli che si erano sistemati in Unione Sovietica non vennero trattati in modo diverso dai cittadini russi» mentre «i sopravvissuti al campi di concentramento sembravano dei morti viventi»5. Qualcuno ha scritto a un sito web sull'Olocausto per sostenere che, nonostante sia vissuto a Tel Aviv durante la guerra, anche lui è un sopravvissuto all'Olocausto: sua nonna è morta ad Auschwitz. A sentire Israel Gutman, Wilkomirski è un sopravvissuto all'Olocausto perché il suo «dolore è autentico». L'ufficio del rex Primo ministro israeliano Netanyahu ha recentemente calcolato il numero di sopravvissuti all'Olocausto tuttora in vita in circa un milione. Ancora una volta, il motivo principale di [126] questo gioco al rialzo sul numero dei superstiti non è difficile da capire: è difficile sostenere nuove e imponenti richieste di risarcimento quando sono ancora in vita solo pochi sopravvissuti. Infatti, i principali complici di Wilkomirski erano, in un modo o nell'altro, inseriti nel network dei risarcimenti per l'Olocausto. La sua amica infanzia ad Auschwitz, la «piccola Laura», attinse soldi da un fondo svizzero per l'Olocausto, quando in realtà era di nascita americana, e per giunta un'adepta di culti satanici. I principali sponsor israeliani di Wilkomirski erano sovvenzionati da (o attivi in) organizzazioni coinvolte nei risarcimenti per l'Olocausto6.

La questione dei risarcimenti risulta particolarmente illuminante per comprendere l'industria dell'Olocausto. Come abbiamo visto, allineandosi alle posizioni degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, la Germania venne in gran fretta riabilitata e l'Olocausto nazista cadde nel dimenticatoio. Ciò nonostante, nei primi anni Cinquanta, la Germania entrò in trattativa con le istituzioni ebraiche e firmò accordi di risarcimento. Dietro poche (o nessuna) pressioni esterne, ha pagato finora qualcosa come sessanta miliardi di dollari.

Facciamo un confronto con il caso americano. Le guerre statunitensi in Indocina hanno mietuto tra i quattro e i cinque milioni di vite tra uomini, donne e bambini. Uno storico ricorda che, dopo il ritiro americano, il Vietnam aveva disperatamente bisogno di aiu[127]to. «Nel Sud, novemila dei quindicimila villaggi, oltre dieci milioni di ettari di suolo coltivabile e quasi cinque milioni di ettari di foresta erano stati distrutti; un milione e mezzo di animali da allevamento erano stati abbattuti; le stime parlavano di duecentomila prostitute, ottocentosettantanovemila orfani, centottantunomila disabili e un milione di vedove. Tutte le sei città industriali del Nord erano state gravemente danneggiate, così come i centri minori e quattromila delle cinquemilaottocento comuni agricole.» Rifiutandosi, comunque, di rifondere i danni, il presidente Carter spiegò che «la distruzione era [stata] reciproca». Nel dichiarare che non vedeva certo la necessità di «alcun tipo di scuse per la guerra» il segretario alla Difesa del presidente Clinton, William Cohen, ha svolto considerazioni analoghe: «Entrambi i Paesi ne sono stati segnati. Loro hanno le loro ferite, noi certamente abbiamo le nostre»7.

Il governo tedesco cercò di risarcire gli ebrei attraverso tre diversi accordi siglati nel 1952. I singoli che ne avevano fatto richiesta furono risarciti secondo i termini del Bundesentschädigungsgesetz, la legge d'indennizzo federale: un accordo separato con Israele prevedeva sussidi per la reintegrazione e la riabilitazione di diverse centinaia di migliaia di ebrei rifugiati. Contemporaneamente, il governo tedesco negoziò anche un accordo finanziario con la Conference on Jewish Material Claims Against Germany, che comprendeva tutte [128] le maggiori organizzazioni ebraiche, tra le quali l'American Jewish Committee, l'American Jewish Congress, Bnai Brith, il Joint Distribution Committee e così via. La Claims Conference avrebbe dovuto utilizzare il denaro (dieci milioni di dollari l'anno per dodici anni, in valuta attuale pari a circa un miliardo di dollari) in favore degli ebrei vittime delle persecuzioni naziste che per qualche motivo erano stati poco o per nulla risarciti8. Mia madre era uno di questi casi. Sopravvissuta al ghetto di Varsavia, al campo di concentramento di Majdanek e ai campi di lavoro di Czestochowa e Skarszysko-Kamiena, ricevette dal governo tedesco un indennizzo di soli tremilacinquecento dollari. Altri ebrei vittime (e molti di loro in realtà non lo erano affatto) ottennero invece dalla Germania pensioni a vita per un valore complessivo di centinaia di migliaia di dollari a testa. Il denaro dato alla Claims Conference era stato stanziato a favore di quegli ebrei vittime dei campi che avevano ricevuto solamente un risarcimento minimo.

In effetti, il governo tedesco tentò di rendere esplicito nell'accordo che il denaro sarebbe stato destinato esclusivamente agli ebrei sopravvissuti, in senso stretto, che erano stati compensati iniquamente o inadeguatamente dai tribunali tedeschi. La Claims Conference disse di sentirsi offesa del fatto che si dubitasse della sua buona fede. Quando l'intesa fu raggiunta, fece pubblicare un comunicato stampa nel quale si sottoli[129]neava che il denaro sarebbe stato usato per «gli ebrei perseguitati dal regime nazista ai quali la legislazione esistente non poteva fornire una riparazione». raccordo finale impegnava la Claims Conference a impiegare il denaro «per soccorrere, riabilitare e garantire una nuova sistemazione alle vittime».

La Claims Conference annullò prontamente l'intesa. In flagrante violazione della lettera e dello spirito dell'accordo, destinò i soldi non alla riabilitazione delle singole vittime, quanto piuttosto a quella delle comunità ebraiche. Anzi, un principio-guida della Claims Conference proibiva l'uso di denaro a «beneficio diretto di singole persone». Fornendo un classico esempio di attenzione ai propri interessi, comunque, la Claims Conference fece eccezione per due categorie di vittime: rabbini e «leader ebrei di primo piano» ricevettero pagamenti individuali. Le organizzazioni che facevano parte della Claims Conference usarono quella massa di denaro per finanziare i loro vari progetti. Qualunque beneficio (Sempre che ve ne siano stati) abbiano ricevuto gli ebrei realmente classificabili come vittime, fu indiretto o casuale9. Attraverso giri tortuosi, grosse somme furono dirette alle comunità ebraiche nel mondo arabo e si facilitò l'emigrazione dall'Europa dell'Est10. Si finanziarono anche iniziative culturali come musei dell'Olocausto e cattedre universitarie di studi sull'Olocausto; con un'iniziativa puramente propagandistica, [130] poi, lo Yad Vashem istituì un riconoscimento a favore dei «gentili giusti».

Più recentemente, la Claims Conference cercò di entrare in possesso delle proprietà ebraiche denazionalizzate nell'ex Germania Orientale, che valgono centinaia di milioni di dollari e che appartengono di diritto agli attuali eredi degli ebrei a cui vennero tolte. Quando la Claims Conference, per questo e per altri abusi, venne attaccata dagli ebrei defraudati, il rabbino Arthur Hertzberg fiagellò entrambe le parti osservando sarcasticamente che «non si tratta[va] di giustizia: è una contesa per questioni di soldi»11. Quando la Germania o la Svizzera si rifiutano di pagare risarcimenti, si leva incontenibile la giusta protesta della comunità ebraica americana, ma quando le élite ebraiche derubano gli ebreì sopravvissuti, non si solleva alcuna questione etica: sì tratta solo di soldi.

Benché mia madre avesse ricevuto solamente tremilacinquecento dollari a titolo di risarcimento, altre persone coinvolte nei processi di indennizzo se la sono cavata molto meglio. Lo stipendio annuale documentato di Saul Kagan, per lungo tempo segretario generale della Claims Conference, è di centocinquemila dollari. Durante la sua gestione, fu incriminato per trentatré casi di assegnazione indebita di fondi e crediti, di cui si rese colpevole, in malafede, mentre era alla guida di una banca newyorkese. (La sentenza di condanna fu ribalta[131]ta solamente dopo numerosi appelli.) Alfonse D'Amato, l'ex senatore di New York, fece da mediatore nell'azione legale contro le banche tedesche e austriache per trecentocinquanta dollari l'ora più le spese; per i primi sei mesi di lavoro incassò centotremila dollari. Wiesel. si affrettò a ricoprire pubblicamente di lodi D'Amato per la sua «sensibilità alla sofferenza degli ebrei». Lawrence Eagleburger, segretario di Stato sotto il presidente Bush senior, percepisce uno stipendio annuale di trecentomila dollari in quanto presidente della International Commission On Holocaust-Era Insurance Claims. «Qualunque cifra gli diano» ha sostenuto Elan Steinberg del Congresso Mondiale Ebraico «è un vero affare.» Kagan incassa in dodici giorni, Eagleburger in quattro e D'Amato in dieci ore quello che mia madre ha ricevuto per avere patito sei anni di persecuzioni naziste12.

Il premio per il più intraprendente venditore dell'Olocausto, comunque, spetta sicuramente a Kenneth Bialkin. Per decenni uno dei principali leader ebrei americani, guidò l'ADL, e presiedette la Conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni ebraiche americane. Attualmente, Bialkin rappresenta le Assicurazioni Generali contro la commissione Eagleburger per, si dice, una «grossa somma di denaro»13.

Negli ultimi anni, l'industria dell'Olocausto è diventata un vero e proprio racket di estorsioni. Dando a in[132]tendere di rappresentare tutto il mondo ebraico, i vivi come i morti, essa sta avanzando pretese in tutta Europa sui beni degli ebrei dell'Olocausto. Giustamente battezzata «l'ultimo capitolo dell'Olocausto», questa duplice estorsione, rivolta sia contro i Paesi europei sia contro gli ebrei legittimi beneficiari, ha dapprima preso di mira la Svizzera.

In primo luogo, esaminerò le dichiarazioni contro questo Paese, poi passerò alle prove, dimostrando come molti degli addebiti non soltanto si fondino su dichiarazioni fraudolente, ma si addicano molto meglio a coloro che li hanno mossi che al loro bersaglio.

Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse formali della sua nazione per avere negato rifugio agli ebrei durante l'Olocausto nazista14. Allo stesso tempo si riaprì la discussione sull'antica questione dei beni degli ebrei in deposito presso conti svizzeri prima e durante la guerra. In un reportage che ebbe vasta eco, un giornalista israeliano citò un documento (mal interpretandolo, come risultò in seguito) che provava che le banche svizzere gestivano ancora conti di ebrei risalenti al periodo dell'Olocausto, per un valore di diversi miliardi di dollari15.

Il Congresso Mondiale Ebraico, un'organizzazione moribonda fino alla sua campagna di denuncia di Kurt Waldheim come criminale di guerra, colse questa nuo[133]va occasione per mostrare i muscoli. Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile preda: pochi si sarebbero schierati a fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le «vittime bisognose dell'Olocausto», ma, cosa ancora più importante, le banche svizzere erano altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti16.

Verso la fine dei 1995, Edgar Bronfman, presidente del Congresso Mondiale Ebraico e figlio di un funzionario della Jewish Claims Conference, e il rabbino Israel Singer, segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si incontrarono con i banchieri svizzeri17. Bronfman, erede della fortuna dell'azienda di liquori Seagram (il suo patrimonio personale è stimato in tre miliardi di dollari), avrebbe poi fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato che lui parlava «a nome del popolo ebraico» come pure dei «sei milioni di persone che non possono parlare per se stesse»18. Le banche svizzere dichiararono di essere riuscite a individuare solamente settecentosettantacinque conti inattivi giacenti, per un valore totale di trentadue milioni di dollari. Offrirono questa cifra come base per i negoziati con il Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata. Nel dicembre 1995, Bronfman lavorò in squadra con il senatore D'Amato. Con i sondaggi elettorali che lo davano in netto svantaggio e una [134] corsa per il Senato all'orizzonte, D'Amato vide l'occasione di migliorare nettamente la propria immagine agli occhi della comunità ebraica, con il suo forte peso elettorale e i suoi munifici finanziamenti. Prima di riuscire a mettere definitivamente in ginocchio la Svizzera, il CME, lavorando con l'intero ventaglio delle istituzioni che si occupano dell'Olocausto (ivi inclusi lo US Holocaust Memorial Museum e il Centro Simon Wiesenthal), aveva mobilitato l'intero establishment politico americano. A partire dal presidente Clinton, che sotterrò l'ascia di guerra con D'Amato (le udienze del caso Whitewater erano ancora in corso) per fornire il proprio appoggio, passando per undici agenzie del governo federale, come anche la Camera e il Senato, fino ai governi dei vari Stati e alle amministrazioni locali in tutto il Paese, da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una sfilza di funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.

Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato, l'industria dell'Olocausto orchestrò una indegna campagna diffamatoria. Grazie all'aiuto di una stampa credulona e infinitamente compiacente, pronta a concedere titoli a nove colonne a qualunque storia, per quanto ridicola, avesse una relazione con l'Olocausto, la campagna denigratoria risultò inarrestabile. Gregg Rickman, primo [135] assistente lesrale di D'Amato, nella sua ricostruzione si vanta del fatto che i banchieri svizzeri furono portati a forza «nell'aula dell'opinione pubblica, dove stabilivamo noi l'ordine del giorno. I banchieri erano nel nostro territorio e noi eravamo, secondo le convenienze, il giudice, la giuria e il boia». Tom Bower, ricercatore di punta nella campagna antisvizzera, definisce la richiesta di un'udienza da parte di D'Amato un «eufemismo per indicare un processo pubblico o un tribunale illegale»19.

Il «portavoce» della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso Mondiale Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare disinformazione. «Il terrore attraverso lo scandalo» a quanto dice Bower «era l'arma preferita di Steinberg, perché sparava una serie d'accuse allo scopo di creare disagio e di scioccare. I rapporti dell'OSS [Office of Strategic Services, un ramo dei servizi segreti americani durante la Seconda guerra mondiale], che spesso si basavano su dicerie e su fonti non controllate e guardate per anni con sospetto dagli storici in quanto voci non comprovate, d'improvviso e senza alcun vaglio critico assumevano credibilità ottenendo vasta eco.» «L'ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità negativa» spiegò il rabbino Singer. «E noi gliela faremo fino a quando le banche diranno: "Basta. Scendiamo a patti".» Ansioso di godere a sua [136] volta delle luci della ribalta, il rabbino Marvin Hier, responsabile del Centro Simon Wiesenthal, fece una dichiarazione spettacolare: la Svizzera aveva imprigionato i rifugiati ebrei in «campi di lavoro schiavistico». (Con moglie e figlio sul libro paga, Hier dirige il Centro Simon Wiesenthal come un'azienda di famiglia: insieme, nel 1992 hanno racimolato uno stipendio di cinquecentoventimila dollari. Il Centro è rinomato per le sue mostre sull'Olocausto «alla Disneyland» e per «l'uso vincente di tattiche di terrore sensazionalistico per raccogliere fondi».) «Vedendo l'infinito miscuglio di verità e supposizioni, di fatti e invenzioni messo in piedi dai media» conclude Itamar Levin «è facile capire come mai molti svizzeri credono che il loro Paese sia stato vittima di un qualche complotto internazionale.20»

La campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In uno studio sponsorizzato dall'ufficio di D'Amato e dal Centro Simon Wiesenthai, Bower scrive per esempio che «una nazione i cui abitanti [...] si vantavano con i loro vicini della propria invidiabile ricchezza trasse coscientemente profitto da denaro sporco di sangue»; che «i cittadini apparentemente rispettabili del Paese più pacifico del mondo [...] commisero un furto senza precedenti»; che «la disonestà era un connotato culturale che gli svizzeri avevano assimilato a fondo per proteggere l'immagine della nazione e la sua prosperità; che gli svizzeri erano «istinti[137]vamente attratti dal profitto» (solamente gli svizzeri?); che «gli interessi privati erano l'unico scopo di tutte le banche svizzere» (Solamente di quelle svizzere?); che «la piccola consorteria di banchieri svizzeri era diventata la più avìda e la più immorale»; che «la diplomazia svizzera praticava le arti della dissimulazione e dell'inganno» (solamente la diplomazia svizzera?); che «le scuse e le dimissioni non erano una pratica diffisa nella tradizione politica svizzera» (e da noi?); che «la cupidigia svizzera era senza pari»; che «il carattere svizzero» era una combinazione di «semplicità e doppiezza» e che «dietro la facciata di civiltà c'era uno strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di comprensione per le opinioni di chiunque altro»; che gli svizzeri non erano «Semplicemente un popolo particolarmente privo di fascino che non aveva prodotto artisti, né eroi dall'epoca di Guglielmo Tell, né statisti, ma erano stati collaboratori disonesti dei nazisti e avevano tratto profitto dal genocidio» e via dicendo. Rickman sottolinea questa «verità più profonda» riguardo agli svizzeri: «Giù nel profondo, probabilmente più nel profondo di quanto loro stessi pensassero, conservavano nel loro temperamento un'arroganza latente nei confronti degli altri. Pur con tutti i loro sforzi, non riuscivano a nascondere la loro educazìone»21. Molti di questi insulti sono terribilmente simili a quelli che gli antisemiti lanciano contro gli ebrei.

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L'accusa principale era che c'era stata, come recita il sottotitolo del libro scritto da Bower, «una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant'anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai sopravvissuti all'Olocausto». Per citare il mantra del racket della restituzione dei beni dell'Olocausto, questa cospirazione costituì «il più grande ladrocinio nella storia dell'umanità»; per l'industria dell'Olocausto tutto ciò che riguarda gli ebrei appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il più grande

Come prima cosa, l'industria dell'Olocausto dichiarò che le banche svizzere avevano sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell'Olocausto l'accesso a conti inattivi su cui giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. «Nel corso degli ultimi cinquant'anni», riportò «Time» in una storia di copertina, un «ordine permanente» delle banche svizzere «è stato quello di essere evasivi e di fare ostruzionismo quando sopravvissuti all'Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro parenti deceduti.» Ricordando le regole di segretezza attuate dalle banche svizzere nel 1934, in parte per prevenire un ricatto nazista nei confronti di titolari di conto ebrei, D'Amato sentenziò di fronte alla commissione sulle attività bancarie della Camera: «Non è un'ironia il fatto che lo stesso sistema che aveva incoraggiato la gente a venire ad aprire conti usi poi la segretezza per negare a quelle stesse persone e [139] ai loro credi ciò che loro spetta di diritto? Era una logica perversa, distorta, alterata».

Bower racconta concitatamente la scoperta di una prova-chiave per dimostrare la perfidia degli svizzeri nei confronti delle vittime dell'Olocausto: «La fortuna e la scrupolosità ci fornirono un frammento che confermò la validità delle accuse di Bronfman. Un rapporto dalla Svizzera dei servizi segreti, datato luglio 1945, affermava che Jacques Salmanovitz, titolare della Société Générale de Surveillance (una società di procura e fiduciaria con sede a Ginevra, operante anche sui mercati balcanici), era in possesso di un elenco di centottantadue clienti ebrei che avevano affidato otto milioni e quattrocentomila franchi svizzeri e circa novantamila dollari alla società in attesa del loro ritorno dai Balcani. Il rapporto aggiungeva che gli ebrei non avevano ancora reclamato i loro averi. Rickman e D'Amato erano al settimo cielo». Anche Rickman, nella sua ricostruzione, brandisce questa «prova della criminalità della Svizzera», ma nessuno dei due, comunque, fa menzione in questo contesto specifico del fatto che Salmanovitz fosse ebreo. (L'effettiva validità di queste accuse verrà discussa più avanti.22)

Alla fine del 1996 una teoria di anziane signore ebree e un uomo rilasciarono commoventi testimonianze di fronte alle commissioni sulle attività bancarie del Congresso sulle prevaricazioni dei banchieri svizze[140]ri. Ciò nonostante, secondo Itamar Levin, direttore del maggiore quotidiano economico israeliano, praticamente nessuno di questi testimoni «era in possesso di prove effettive circa l'esistenza di beni depositati presso banche svizzere». Per rafforzare l'effetto teatrale di queste deposizioni, D'Amato portò sul banco dei testimoni Elie Wiesel che, nelle sue dichiarazioni poi ampiamente riportate, espresse indignazione (indignazione!) nello scoprire che chi aveva perpetrato l'Olocausto aveva cercato di derubare gli ebrei prima di ammazzarli: «All'inizio credevamo che la Soluzione Finale avesse come unica motivazione un'ideologia perversa. Ora veniamo a sapere che non volevano semplicemente uccidere gli ebrei, per quanto orribile possa suonare, ma volevano anche derubarli. Ogni giorno impariamo qualcosa di più su questa tragedia. Non esiste un limite alla sofferenza? Un limite all'oltraggio?». Ovviamente, è difficile definire il saccheggio nazista dei beni degli ebrei come una novità: gran parte dei saggio di Raul Hilberg, The Destruction of tbe European Jews, pubblicato nel 1961, è dedicato alle espropriazioni messe in atto dai nazisti contro gli ebrei23.

Si è anche affermato che i banchieri svizzeri hanno rubato i depositi delle vittime dell'Olocausto e distrutto sistematicamente documenti d'importanza vitale per coprire le loro tracce e che solamente agli ebrei sia toccato un simile abominio. Nel corso di un'udienza, [141] attaccando violentemente la Svizzera, la senatrice Barbara Boxer dichiarò: «Questa commissione non tollererà un atteggiamento ipocrita da parte delle banche svizzere. Non andate a raccontare che cercate le prove, quando le state distruggendo»24.

Ahimè, il «valore di propaganda» (Bower) dei vecchi ebrei che chiedevano risarcimenti, rendendosi testimonì della perfidia degli svizzeri, si esauri velocemente: l'industria dell'Olocausto dovette allora cercare un altro capo d'accusa. La frenesia dei media si era fissata sull'acquisto, da parte della Svizzera, dell'oro che i nazisti avevano rapinato dalle tesorerie centrali dei Paesi europei durante la guerra. Per quanto spacciate come rivelazioni sensazionali, si trattava in effetti di notizie risapute. Arthur Smith, autore dello studio di riferimento sulla questione, dichiarò all'udienza alla Camera dei rappresentanti: «Per tutta la mattina e il pomeriggio ho ascoltato un elenco di fatti che, in gran parte, in linea generale, erano noti da anni; e mi sorprende che molti di essi vengano presentati come nuovi e sensazionali». L'obiettivo delle udienze non era comunque quello di informare ma, secondo quanto disse la giornalista Isabel Vincent, di «inventare storie sensazionalistiche». Se si fosse gettato fango a sufficienza, era ragionevole pensare che la Svizzera avrebbe gettato la spugna25.

L'unica vera nuova accusa era che la Svizzera aveva consapevolmente trafficato con l'«oro dei campi» e cioè [142] che aveva comprato grossi quantitativi di oro che i nazisti avevano strappato alle vittime dei campi di concentramento e di sterminio e poi fuso in lingotti. Bower riferisce che il Congresso Mondiale Ebraico «aveva bisogno di un legame emotivo per associare la Svizzera all'Olocausto» e questa nuova rivelazione della perfidia svizzera venne di conseguenza considerata un dono del Cielo. «Poche immagini» prosegue Bower «suscitavano più emozione delle metodiche operazioni di estrazione dei denti d'oro dalle bocche dei cadaveri recuperati dalle camere a gas.» «Si tratta di fatti davvero molto angoscianti» intonò con aria triste D'Amato a un'udienza alla Camera dei rappresentanti «perché tali sono la sottrazione e il furto di beni dalle case, dalle banche nazionali, dai campi di sterminio, di orologi d'oro, di braccialetti, di montature di occhiali e di denti dalle bocche delle persone.26»

Oltre che di avere bloccato l'accesso ai conti dell'Olocausto e di avere acquistato oro rubato. la Svizzera venne anche accusata di avere complottato con la Polonia e l'Ungheria per defraudare gli ebrei, perché aveva usato come compensazione per le proprietà elvetiche nazionalizzate da quei governi il denaro depositato presso conti svizzeri inattivi intestati a cittadini polacchi e ungheresi (in gran parte, ma non tutti, ebrei). Rickman considera tutto ciò una «rivelazione talmente sensazionale da mandare la Svizzera al tappeto e da sol[143]levare una tempesta», ma questi fatti erano già ampiamente noti e riportati sulle riviste americane di giurisprudenza agli inizi degli anni Cinquanta e, con tutto lo strombazzamento dei mezzi di comunicazione, la cifra complessiva finale non raggiungeva il milione di dollari in valuta corrente27.

Già prima dell'udienza inaugurale al Senato sui conti inattivi, nell'aprile 1996, le banche svizzere si erano accordate per istituire una commissione investigativa e avevano accettato di attenersi alle indicazioni di questa. Formata da sei membri (tre della World Jewish Restitution Organization e tre dell'Unione delle banche svizzere) e guidata da Paul Volcker, ex presidente della US Federal Reserve Bank, la «commissione indipendente di personalità illustri» venne istituita formalmente con un «Memorandurn d'intesa» del maggio 1996. Oltre a ciò, il governo svizzero nel dicembre dello stesso anno nominò una «commissione indipendente di esperti» presieduta dal professor Jean-Frangois Bergier e della quale faceva parte un famoso studioso dell'Olocausto, l'israeliano Saul Friedlander; la commissione avrebbe svolto indagini sul commercio di oro tra Svizzera e Germania durante la Seconda guerra mondiale.

Comunque, ancor prima che questi organismi si mettessero al lavoro, l'industria dell'Olocausto fece pressioni per trovare un accordo finanziario con la Svizzera, la quale protestò che qualunque accordo avrebbe [144] dovuto naturalmente attendere le risultanze della commissione, altrimenti avrebbe costituito «un'estorsione e un ricatto». Giocando il solito asso nella manica, il Congresso Mondiale Ebraico si mostrò angosciato dalle condizioni in cui versavano le «vittime bisognose dell'Olocausto». «Il mio problema è il tempo» disse Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera «e ci sono molti sopravvissuti all'Olocausto per cui sono preoccupato.» Viene da chiedersi come mai l'angosciato miliardario non potesse personalmente porre temporaneo rimedio a questa situazione. Rifiutando una proposta di accordo per duecentocinquanta milioni di dollari da parte della Svizzera, Bronfman singhiozzò: «Non fate favori. Metterò i soldi io stesso». Non lo fece. La Svizzera, comunque, nel febbraio 1997 si accordò per stabilire un «Fondo speciale per le vittime bisognose dell'Olocausto» del valore di duecento milioni di dollari per aiutare a tirare avanti quelle «persone che necessitano in particolar modo di aiuto o di sostegno» fino a quando le commissioni avessero terminato i lavori. (il fondo aveva ancora liquidità disponibile quando le commissioni Bergier e Volcker pubblicarono i loro rapporti.) Le pressioni dell'industria dell'Olocausto per un accordo finale, comunque, non diminuirono, ma piuttosto si fecero sempre più pressanti. Le rinnovate richieste della Svizzera che per arrivare a un accordo si sarebbero dovute attendere le conclu[145]sioni delle commissioni (dopo tutto, era stato il Congresso Mondiale Ebraico a chiedere in origine questo risarcimento morale) restarono inascoltate. Di fatto, da queste conclusioni l'industria dell'Olocausto aveva soltanto da perdere: se alla fine si fossero dimostrate legittime poche richieste di risarcimento, la causa contro le banche svizzere avrebbe perso credibilità; e se quelli che richiedevano legittimamente un risarcimento fossero stati identificati, la Svizzera sarebbe stata costretta a pagare solo loro, anche se numerosi, ma non le organizzazioni ebraiche. Un altro mantra dell'industria dell'Olocausto era che quel risarcimento «non è questione di soldi, ma di verità e giustizia». «Non è questione di soldi» fu l'ironica risposta degli svizzeri: «È questione di più soldi»28.

Oltre a fomentare l'isteria collettiva, l'industria dell'Olocausto coordinò una strategia a due livelli per «costringere con il terrore» (l'espressione è di Bower) la Svizzera a cedere: class actions29 e boicotaggio economico. La prima class action fu intentata agli inizi dell'ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus (prima che morisse ad Auschwitz, suo padre aveva parlato di un proprio conto in Svizze[146]ra, ma dopo la guerra le banche respinsero le sue richieste) e «altri che si trovano in posizione analoga» per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi, il Centro Simon Wiesenthal, rivolgendosi agli avvocati Michael Hausfeld e Melvyn Weiss, intentò una seconda class action e, nel gennaio 1997, il Consiglio mondiale delle comunità ebraiche ortodosse ne promosse una terza. Tutti e tre i procedimenti furono intentati presso il giudice Edward Korman, della corte distrettuale di Brooklyn, il quale li unificò. Almeno una delle parti della causa, l'avvocato di Toronto Sergio Karas, deplorò questa tattica: «Le class actions non hanno fatto altro che provocare isteria di massa e violenti attacchi alla Svizzera. Esse non fanno che perpetuare il mito degli avvocati ebrei che pensano solamente ai soldi». Paul Volcker si espresse contro le class actions sulla base del fatto che esse «danneggeranno il nostro lavoro, potenzialmente fino al punto di vanificarlo»: ma per l'industria dell'Olocausto questa era una preoccupazione irrilevante, se non un ulteriore incentivo30.

Tuttavia, l'arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il boicottaggio economico. «Adesso il gioco si farà più sporco» avverti nel gennaio 1997 Abraham Burg, presidente dell'Agenzia ebraica e uomo di riferimento d'Israele nel caso delle banche svizzere. «Fino a ora abbiamo tenuto a freno la pressione ebraica internazionale.» Il Congresso Mondiale Ebraico aveva co[147]minciato a progettare il boicottaggio già nel gennaio 1996. Bronfman e Singer contattarono il revisore dei conti del comune di New York, Alan Hevesi (il cui padre era stato un importante funzionario dell'AJC) e quello dello Stato di New York, Carl Mc Call. Tra tutti e due, gestivano investimenti per miliardi di dollari in fondi pensione; Hevesi era anche presidente della US Comptrollers Association, che investiva trentamila miliardi di dollari in fondi pensione. Alla fine di gennaio, al matrimonio di sua figlia, Singer si incontrò con D'Amato e con Bronfman per mettere a punto la strategia. «Guardate che razza di uomo sono» scherzò Singer: «Faccio affari alle nozze di mia figlia»31.

Nel febbraio 1996, Hevesi e Mc Call scrissero alle banche svizzere minacciando sanzioni. In ottobre, il governatore Pataki diede pubblicamente il suo appoggio. Nei mesi successivi, le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey, nel Rhode Island e nell'Illinois stabilirono tutte risoluzioni che minacciavano il boicottaggio economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio 1997, il comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da una banca svizzera, impose le prime sanzioni. Hevesi si affrettò a seguirne l'esempio a New York e, nell'arco di pochi giorni, anche California, Massachusetts e Illinois presero la stessa strada.

«Voglio tre miliardi di dollari» proclamò Bronfman [148] nel dicembre 1997 «per farla finita con tutto: le class actions, il processo Volcker e il resto.» Nel frattempo, D'Amato e i responsabili delle operazioni bancarie dello Stato di New York cercarono di impedire alla neonata Unione delle banche svizzere (una fusione dei principali istituti di credito svizzeri) di operare negli Stati Uniti. «Se gli svizzeri insistono nel puntare i piedi, allora dovrò chiedere a tutti gli azionisti americani di sospendere le loro operazioni con loro» mise in guardia Bronfman nel marzo 1998. «La faccenda sta arrivando a un punto in cui o si risolve da sé o si trasforma in una guerra senza quartiere.» In aprile, le banche svizzere cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, ma non volevano ancora accettare una resa disonorevole. (Da quel che si dice, nel corso del 1997 gli svizzeri spesero cinquecento milioni di dollari per rintuzzare gli attacchi dell'industria dell'Olocausto.) «Un cancro terribile affligge la società svizzera» si lamentò Melvyn Weiss, uno degli avvocati delle class actions. «Abbiamo dato loro la possibilità di liberarsene con una dose massiccia di radiazioni a un prezzo davvero esiguo e loro l'hanno rifiutata.» In giugno, le banche svizzere fecero la loro «ultima offerta» di seicento milioni di dollari. Abraham Foxman, responsabile dell'ADL, sconcertato dall'arroganza degli svizzeri, riuscì a stento a trattenere la collera: «Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle vittime, ai sopravvissuti e ai [149]membri della comunità ebraica che in buona fede si sono rivolti agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema cosi complesso»32.

Nel luglio 1998, Hevesi e Mc Call minacciarono nuove e pesanti sanzioni. New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California aderirono nel giro di pochi giorni. A metà agosto, gli svizzeri capitolarono. Nell'accordo per la class action raggiunto con la mediazione del giudice Korman, le banche svizzere accettarono di pagare un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. «Lo scopo del pagamento addizionale» recitava il comunicato stampa di una banca svizzera «è di allontanare la minaccia di sanzioni come pure di lunghe e costose azioni legali.33»

«Lei è stato un vero pioniere in questa saga» si congratulò con D'Amato il Primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu. «Il risultato non è soltanto ciò che si è ottenuto in termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito.34»

Il miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari dell'accordo con la Svizzera copriva in linea di massima tre gruppi di casi: i conti inattivi depositati in banche svizzere e reclamati, il rifiuto di concessione di asilo a rifugiati e il beneficio che la Svizzera aveva ricavato dal lavoro degli internati nei suoi campi35. Nonostante la virtuosa indignazione nei confronti dei «perfidi svizzeri», comunque, l'analogo operato degli americani è, da [150] ogni punto di vista, altrettanto negativo, se non peggiore. Tra breve tornerò alla questione dei conti inattivi negli Stati Uniti. Come la Svizzera, l'America negò l'accesso a rifugiati ebrei in fuga dai nazisti prima e durante la Seconda guerra mondiale. Ciò nonostante, il governo americano non ha trovato opportuno, per esempio, risarcire i rifugiati ebrei che si trovavano a bordo della sfortunata nave St. Louis. Immaginate la reazione se le migliaia di rifugiati dell'America Centrale e di Haiti, cui venne negato asilo dopo la fuga dagli squadroni della morte appoggiati dagli Stati Uniti, venissero qui a chiedere un risarcimento. E, per quanto molto più piccola per estensione e per risorse, la Svizzera all'epoca dell'Olocausto nazista accolse tanti ebrei rifugiati quanti gli Stati Uniti: circa ventimila36.

Il solo modo di espiare le colpe del passato - era la lezioncina dei politici americani alla Svizzera - consisteva nel concedere un risarcimento materiale. Stuart Eizenstat, sottosegretario al Commercio e inviato speciale di Clinton per le restituzioni dei beni, giudicò l'indennizzo della Svizzera agli ebrei «una conferma importante della volontà di questa generazione di affrontare il passato e di ripararne i torti». Benché non potessero essere «ritenuti responsabili per ciò che era accaduto anni prima» riconobbe D'Amato alla stessa udienza al Senato, gli svizzeri avevano ancora «la responsabilità e il dovere di tentare di fare ciò che è giusto in questo momento».

[151]

Analogamente, appoggiando pubblicamente le richieste di risarcimento del Congresso Mondiale Ebraico, il presidente Clinton osservò che «dobbiamo guardare in faccia e correggere, meglio che possiamo, le terribili ingiustizie del passato». «La storia non cade in prescrizione» disse il presidente James Leach durante le udienze della commissione sulle attività bancarie della Camera e «non bisogna mai dimenticare il passato». «Dovrebbe essere chiaro», scrissero i capigruppo al Congresso di entrambi i partiti in una lettera al segretario di Stato, che «la risposta alla questione della restituzione verrà considerata come una prova del rispetto per i diritti umani fondamentali e per l'autorità della legge». E in un messaggio al parlamento svizzero, il segretario di Stato Madeleine Albright spiegò che i benefici economici derivanti dai conti nascosti degli ebrei «sono stati trasmessi alle generazioni successive e questo è il motivo per cui il mondo ora guarda al popolo svizzero non perché si assuma la responsabilità di azioni commesse dai loro padri, ma perché si comporti generosamente nel fare ora ciò che è possibile per riparare i torti passati»37. Tutti nobili sentimenti, ma ai quali non si presta nemmeno lontanamente attenzione - se non per metterli immediatamente alla berlina - quando si tratta di risarcire gli afroamericani per la schiavitù38.

Resta poco chiaro, nell'accordo finale, come andranno le cose per le «vittime bisognose dell'Olocausto».

[152]

Gizella Weisshaus, la prima a intentare causa per entrare in possesso di un conto inattivo in Svizzera, ha tolto l'incarico al suo avvocato, Edward Fagan, accusandolo con amarezza di averla usata. La parcella di Fagan ammontava a quattro milioni di dollari. Quelle degli altri avvocati arrivavano ai quindici milioni di dollari, con «molti» conti da seicento dollari l'ora. C'è un avvocato che chiede duemilaquattrocento dollari per avere letto Nazi Gold [I cassieri dell'Olocausto], il libro di Tom Bower. «I gruppi ebraici e i soprawissuti» riportò il «Jewish Week» di New York «in concorrenza per avere una parte di quel miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari versato dalle banche svizzere in base all'accordo sull'Olocausto, stanno iniziando a litigare tra di loro.» Querelanti e sopravvissuti sostengono che tutto quel denaro dovrebbe andare direttamente a loro. Ma le organizzazioni ebraiche non vogliono rinunciare a prendersi una fetta della torta. Nel denunciare l'invadenza delle organizzazioni ebraiche, Greta Beer, una testimone chiave del Congresso nella causa contro le banche svizzere, implorò la corte del giudice Korman: «Non voglio essere schiacciata sotto una scarpa come un insetto». Malgrado la sua sollecitudine verso le «vittime bisognose dell'Olocausto», il Congresso Mondiale Ebraico vuole che circa la metà del denaro degli svizzeri sia destinato alle organizzazioni ebraiche e all'«educazione all'Olocausto». Il Centro Simon Wie[153]senthal sostiene che se ricevono denaro organizzazioni ebraiche «degne», «una parte dovrebbe andare ai centri di educazione ebraici». Pur di «mettere le mani» su una fetta più grossa della torta, ciascuna delle organizzazioni di ebrei, sia riformati sia ortodossi, si presenta come quella che i sei milioni di morti avrebbero preferito come beneficiaria di questi soldi. L'industria dell'Olocausto aveva costretto la Svizzera a raggiungere un accordo perché, si diceva, la cosa essenziale era il tempo: «Le vittime bisognose dell'Olocausto muoiono ogni giorno». Tuttavia, una volta che la Svizzera ebbe messo il denaro a disposizione, l'urgenza svanì per miracolo: oltre un anno dopo il raggiungimento dell'accordo non esisteva ancora un piano di distribuzione. Quando il denaro verrà finalmente suddiviso, tutte le «vittime bisognose dell'Olocausto» probabilmente saranno morte. In effetti, al dicembre 1999 meno della metà dei duecento milioni di dollari del «Fondo speciale per le vittime bisognose dell'Olocausto» istituito nel febbraio 1997 era stata distribuita alle vittime vere e proprie. Una volta pagate le parcelle degli avvocati, il denaro svizzero finirà nelle casse delle organizzazioni ebraiche «degne»39.

«Forse nessun accordo è difendibile» scrisse sul «New York Times» Burt Neuborne, professore di legge alla New York University e membro del team legale che promosse la classs action «se consente che per le banche [154] svizzere l'Olocausto si configuri come un'impresa che produce profitti.» Edgar Bronfman, con toni patetici, testimoniò davanti alla commissione sulle attività bancarie della Camera che non si sarebbe dovuto permettere agli svizzeri di «trarre profitto dalle ceneri dell'Olocausto». D'altro canto, Bronfman ha ammesso di recente che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico ha ammassato non meno di «sette miliardi di dollari circa» grazie al denaro dei risarcimenti40.

Le autorevoli relazioni sulle banche svizzere sono state nel frattempo pubblicate e ora è possibile giudicare se davvero ci sia stata, come sostiene Bower, una «cospirazione elvetico-nazista durata cinquant'anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai sopravvissuti all'Olocausto».

Nel luglio 1998, la Commissione indipendente di esperti (presieduta da Bergier) diede alle stampe il suo rapporto, Switzerland and Gold Transactions in Second World War [La Svizzera e la compravendita d'oro durante la Seconda guerra mondiale].41 La commissione confermò che le banche svizzere acquistarono oro dalla Germania nazista, per un valore di circa quattro miliardi di dollari in valuta corrente, sapendo che era stato sottratto alle banche centrali degli Stati europei occupati. Nel corso delle udienze in Campidoglio, i membri del Congresso espressero sconcerto per il fatto che le banche svizzere avessero trafficato in beni rubati [155] e, cosa persino peggiore, che indulgessero ancora a queste spregevoli pratiche. Deplorando il fatto che i politici corrotti depositino i loro guadagni illeciti in banche svizzere, un membro del Congresso fece appello alla Svizzera affinché emanasse finalmente una legge «contro la movimentazione segreta di denaro [...] da parte di personaggi di spicco, o con ruoli dirigenziali in politica, e di persone che rubano». Lamentando come «nelle banche svizzere abbiano trovato un rifugio per le loro cospicue ricchezze un gran numero di affaristi e di alti funzionari governativi corrotti, provenienti da tutto il mondo», un altro membro del Congresso si domandò se «il sistema bancario svizzero stia accogliendo malviventi di tal fatta, e i Paesi che essi rappresentano, [...] come venne concesso un luogo sicuro al regime nazista cinquantacinque anni fa?42» . Davvero il problema giustifica la preoccupazione. Ogni anno, una cifra stimata tra i cento e i duecento miliardi di dollari, frutto della corruzione politica, attraversa i confini di ogni Paese e viene depositata in banche private. Le reprimende della commissione sulle attività bancarie del Congresso avrebbero comunque avuto maggior peso se una buona metà di questi «capitali illegali in fuga» non fossero depositati in banche americane con la benedizione della legge americana.43 Tra i beneficiari recenti di questo «santuario» americano, si annoverano Raul Salinas de Gortari, fratello dell'ex presidente messica[156]no, e la famiglia dell'ex dittatore nigeriano, il generale Sani Abacha. «L'oro rubato da Hitler e dai suoi scagnozzi» osserva Jean Ziegler, un parlamentare elvetico duramente critico nei confronti delle banche del suo Paese, «nella sostanza non è diverso dai soldi sporchi di sangue» che oggi i dittatori del Terzo Mondo tengono sui loro conti privati in Svizzera. «Milioni di uomini, donne e bambini furono condotti alla morte dai ladri autorizzati di Hitler» e «ogni anno centinaia di migliaia di bambini [muoiono] di malattie e malnutrizione» nel Terzo Mondo perché «i tiranni spogliano i propri Paesi con l'aiuto degli squali della finanza svizzera44» . E anche con l'aiuto degli squali della finanza americana, senza parlare del fatto, ancor più importante, che molti di questi dittatori sono stati portati al governo dal potere americano, che li appoggia e li autorizza a depredare i loro Paesi.

Sul caso specifico dell'Olocausto nazista, la commissione indipendente arrivò alla conclusione che le banche svizzere acquistarono «lingotti contenenti oro strappato dai criminali nazisti alle vittime dei campi di lavoro e dei campi di sterminio», ma che comunque non lo fecero consapevolmente: «Non esistono prove che i responsabili della decisione alla banca centrale svizzera sapessero che la Reichsbank stesse consegnando alla Svizzera lingotti contenenti oro ottenuto in quel modo». La commissione valutò l'«oro delle vittime» acquistato in[157]consapevolmente dalla Svizzera in 134.428 dollari in valuta dell'epoca, pari a circa un milione di dollari attuali. Questa cifra si riferisce aff'«oro delle vittime» strappato a internati sia ebrei sia non ebrei .45

Nel dicembre 1999, la «commissìone indipendente di personalità illustri» (presieduta da Volcker) diede alle stampe il suo Report on Dormant Accounts of Victims o f Nazi Persecution in Swiss Banks46 [Relazione sui conti inattivi delle vittime della persecuzione nazista giacenti nelle banche svizzere]. La Relazione documenta le risultanze di un'esauriente verifica che durò tre anni e costò non meno di cinquecento milioni di dollari .47 Il nucleo delle conclusioni, riguardante il «trattamento dei conti inattivi delle vittime della persecuzione nazista» merita di essere citato per esteso:

Per quanto concerne le vittime della persecuzione nazista, non sono emerse prove di discriminazione sistematica, di impedimento all'accesso, di appropriazione indebita o di violazione della legge svizzera sulla conservazione dei documenti. Tuttavia, la Relazione critica anche le azioni di alcune banche per il modo in cui hanno trattato i conti di vittime della persecuzione nazista. È necessario porre in evidenza il termine «alcune» nella frase precedente, dal momento che le azioni oggetto di critica sono principalmente quelle di specifiche banche nella loro gestione di conti individuali intestati a vittime della [158] persecuzione nazista, e che queste azioni sono emerse nel contesto di un'indagine che ha riguardato duecentocinquattaquattro banche e coperto un arco temporale di circa sessant'anni. Per quanto riguarda le azioni criticate, la Relazione riconosce anche che per la condotta delle banche coinvolte in queste attività ci furono circostanze attenuanti. La Relazione riconosce inoltre che ci sono molti casi documentati in cui le banche cercarono attivamente i titolari scomparsi dei conti o i loro eredi, ivi compresi alcune vittime dell'Olocausto, e pagarono il saldo dei conti inattivi alle legittime parti.

La mite conclusione del paragrafo è che «la commissione ritiene che le azioni oggetto di critica siano di sufficiente importanza perché sia auspicabile documentare in questa sezione quali furono gli errori in modo da imparare da essi e non ripeterli in faturo48» .

La Relazione concluse inoltre che, nonostante la commissione non fosse in grado di seguire le tracce di tutti i documenti bancari per il «periodo attinente» (1933-45), distruggere documenti senza essere scoperti «sarebbe stato difficile, se non impossibile» e che «in effetti non è emersa alcuna prova di distruzione sistematica delle registrazioni di conto allo scopo di nascondere i comportamenti passati». La Relazione conclude che la percentuale di documenti recuperati (sessanta per cento) era «davvero straordinaria» e «degna di [15 9 ] nota», tenuto soprattutto conto del fatto che la legge svizzera non richiede che i documenti siano conservati oltre i dieci anni.49

Ebbene, si metta a confronto il tutto con la versione che il «New York Times» riporta delle conclusioni della commissione presieduta da Volcker. Sotto il titolo The Deceptions of Swiss Banks [I raggiri delle banche svizzere],50 il «New York Times» scrisse che il comitato non aveva trovato «prove decisive» che le banche svizzere avessero trafficato con i conti inattivi di ebrei. Eppure, la Relazione affermava categoricamente che non esisteva «alcuna prova». Il giornale prosegue asserendo che la commissione aveva scoperto che «le banche svizzere avevano in qualche maniera trovato il modo di far perdere le tracce di un numero impressionante di questi conti». La verità è che la Relazione sottolineava il fatto che gli svizzeri avevano conservato una quantità di documenti «davvero straordinaria» e «degna di nota». Per finire, il «New York Times» riporta che secondo la commissione «molte banche avevano respinto con crudeltà e con l'inganno molti familiari che cercavano di rientrare in possesso dei patrimoni perduti». In realtà, la Relazione sottolineò che solamente «alcune» banche avevano agito male e che in quei casi c'erano «circostanze attenuanti», facendo parimenti rilevare i «molti casi» in cui le banche cercarono attivamente i legittimi aventi diritto.

La Relazione accusa effettivamente le banche svizze[160]re di non essere state «leali e franche» sin dalle precedenti indagini sui conti inattivi del periodo dell'Olocausto. Ciò nondimeno, sembra attribuire queste mancanze più a fattori tecnici che a malafede.51 La Relazione identifica cinquantaquattromila conti che presentano «una probabile o possibile relazione con vittime della persecuzione nazista», ma ritiene che solamente in metà (venticinquemila) di questi casi la probabilità fosse abbastanza significativa da giustificare la pubblicazione dei nomi dei titolari dei conti. In moneta corrente, il valore stimato per diecimila di questi conti, per i quali era reperibile qualche informazione, oscilla tra i centosettanta e i duccentosessanta milioni di dollari. Stimare il valore corrente dei restanti conti si rivelò impossibile.52 Il valore totale dei conti inattivi realmente riguardanti l'epoca dell'Olocausto sarà probabilmente molto superiore ai trentadue milioni di dollari stimati in origine dalle banche svizzere, ma sarà decisamente inferiore alla cifra oscillante tra i sette e i venti miliardi di dollari dichiarata dal Congresso Mondiale Ebraico. Nella testimonianza in seguito resa alla commissione sulle attività bancarie, Volcker osservò che il numero di banche che fossero «probabilmente o possibilmente» in relazione con vittime dell'Olocausto era «molte volte superiore a quello emerso dalle precedenti indagini degli svizzeri». Comunque, continuava: «Sottolineo le parole "probabilmente o possibilmente" [161] in quanto, fatta eccezione per un numero relativamente esiguo di casi, dopo oltre mezzo secolo, non siamo in grado di stabilire con certezza inconfutabile una relazione tra vittime e titolari dei conti»53.

La scoperta più esplosiva effettuata dalla commissione presieduta da Volcker non venne riportata dai media americani: oltre alla Svizzera, anche gli Stati Uniti rientravano tra i luoghi dove gli ebrei d'Europa avevano cercato di mettere al sicuro i propri beni:

Il clima di attesa della guerra e le difficoltà economiche, insieme alla persecuzione degli ebrei e di altre minoranze per mano dei nazisti prima e durante la Seconda guerra mondiale, fecero sì che molte persone, e tra esse le vittime di queste persecuzioni, spostassero i loro beni verso Paesi ritenuti in grado di fornire un rifugio sicuro (con la significativa presenza di Stati Uniti e Regno Unito) [...] In considerazione del fatto che la neutrale Svizzera confinava con Paesi dell'Asse (o comunque occupati dalle forze dell'Asse), anche le banche svizzere e altre società elvetiche d'intermediazione finanziaria divennero collettori di parte dei patrimoni in cerca di un rifugio.

Un'appendice importante elenca le «destinazioni preferite» dei beni mobili appartenenti agli ebrei europei: le più ricorrenti risultarono gli Stati Uniti e la Svizzera.

[162]

(In terza posizione «con molto distacco» veniva il Regno Unito. )54

La domanda che sorge ovvia è: che fine hanno fatto i conti inattivi dell'epoca dell'Olocausto depositati nelle banche americane? La commissione sulle attività bancarie della Camera chiamò un esperto a testimoniare sulla questione. Seymour Rubin, attualmente docente all'American Universìty, fu vicecapo della delegazione statunitense nei negoziati con la Svizzera dopo la Seconda guerra mondiale. Sotto gli auspici delle organizzazioni ebraiche americane, Rubin aveva anche lavorato, nel corso degli anni Cinquanta, con un «gruppo di esperti della vita delle comunità ebraiche in Europa» per identificare conti inattivi dell'epoca dell'Olocausto nelle banche americane. Nella sua deposizione, Rubin affermò che, dopo una rapida e molto superficiale analisi limitata alle banche di New York, il valore di questi conti fu stimato in sei milioni di dollari. Le organizzazioni richiesero al Congresso questa somma per le «vittime bisognose» (negli Stati Uniti, per via della dottrina della proprietà caduca, i conti inattivi abbandonati vengono incamerati dallo Stato). Quindi Rubin ricordò:

La stima iniziale di sei milioni di dollari venne rifiutata dai deputati interessati a promuovere un disegno di legge sull'argomento, e nella bozza originaria fu stabilito [163] un tetto di tre milioni di dollari [...] Di fatto, nel corso delle udienze alla commissione, i tre milioni furono portati a uno. L'azione legislativa ridusse ulteriormente l'ammontare a cinquecentomila dollari, cifra cui la Corte dei Conti si oppose, proponendo un limite di duecentocinquantamila dollari. La legge, comunque, passò con uno stanziamento di cinquecentomila dollari.

«Gli Stati Uniti» concluse Rubin «adottarono solamente provvedimenti molto limitati per identificare i conti privi di eredi e stanziarono [...] solamente cinquecentomila dollari contro i trentadue milioni riconosciuti dalle banche svizzere anche prima dell'indagine Volcker.55» In altre parole, il comportamento americano è molto peggiore di quello svizzero. Va sottolineato che, fatta eccezione per un accenno fugace di Eizenstat, durante le udienze delle commissioni sulle attività bancarie della Camera e del Senato aventi come oggetto le banche svizzere, non venne fatta menzione di conti inattivi negli Stati Uniti. Inoltre, benché Rubin giochi un ruolo centrale nelle ricostruzioni dell'affare, delle banche svizzere (Bower dedica pagine e pagine a questo «crociato del Dipartimento di Stato»), nessuno fà parola della sua testimonianza alla commissione della Camera dei rappresentanti, dove espresse anche «una certa dose di scetticismo circa le grosse somme di denaro [nei conti inattivi in Svizzera] di cui si va parlan[164]do». È inutile dire che i puntuali rilievi di Rubin su questo argomento vennero altrettanto puntualmente ignorati.

Dove erano le proteste del Congresso contro i «perfidi» banchieri americani? Uno dopo l'altro, i membri delle commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato chiesero a gran voce che la Svizzera «alla fine pagasse», ma nessuno chiese che gli Stati Uniti facessero lo stesso. Anzi, un membro della commissione sulle attività bancarie della Camera affermò sfacciatamente, con l'approvazione di Bronfman, che «soltanto» la Svizzera «non è riuscita a dimostrare di avere il coraggio di confrontarsi con la sua storia»56. Non sorprende che l'industria dell'Olocausto non abbia lanciato una campagna per un'indagine sulle banche americane: una verifica condotta con lo stesso grado di scientificità di quella svizzera ai cittadini americani sarebbe costata in proporzione non milioni ma miliardi di dollari57 e, nel momento in cui fosse stata portata a termine, gli ebrei americani avrebbero chiesto asilo a Monaco di Baviera. Il coraggio ha i suoi limiti.

Già alla fine degli anni Quaranta, quando gli Stati Uniti stavano facendo pressione sulla Svizzera perché identificasse i conti inattivi intestati a ebrei, gli svizzeri protestarono che l'America avrebbe fatto meglio a occuparsi degli affari suoi58. A metà del 1997, il governatore di New York Pataki annunciò l'istituzione di una [165] commissione di Stato per il recupero dei beni delle vittime dell'Olocausto con il compito di esaminare i reclami contro le banche svizzere. Tutt'altro che impressionati, gli svizzeri suggerirono che la commissione avrebbe potuto impiegare meglio il proprio tempo vagliando i reclami contro le banche americane e israeliane59. In effetti, Bower ricorda che i banchieri israeliani avevano «rifiutato di stilare elenchi di conti inattivi intestati a ebrei» dopo la guerra del 1948; inoltre, il «Financial Times» ha riportato che «diversamente dai Paesi europei, le banche d'Israele e le organizzazioni sioniste stanno resistendo alle pressioni per costituire commissioni indipendenti che stabiliscano quante proprietà e quanti conti inattivi fossero intestati a sopravvissuti all'Olocausto e come rintracciare i titolari». (All'epoca del mandato britannico, gli ebrei europei comprarono appezzamenti di terra e aprirono conti correnti in Palestina per sostenere il movimento sionista o per prepararsi a una futura immigrazione.) Nell'ottobre 1998, il Congresso Mondiale Ebraico e la World Jewish Restitution Organization «presero la decisione di massima di non porre la questione dei beni appartenenti alle vittime dell'Olocausto in territorio israeliano sulla base del fatto che questa responsabilità era di competenza del governo israeliano» («Haaretz»). Quindi il mandato di queste organizzazioni arriva fino alla Svizzera, ma non allo Stato israeliano. L'accusa più sensa[166]zionale mossa contro le banche svizzere fu che queste avevano richiesto agli eredi delle vittime dell'Olocausto nazista i certificati di morte. L'avevano fatto anche le banche israeliane, ma si cercherebbero invano denunce nei confronti dei «perfidi israeliani». A dimostrazione del fatto che «non si può porre equivalenza morale tra le banche in Israele e quelle in Svizzera» il «New York Times» riportò le parole di un ex legislatore israeliano: «Da noi si è trattato al massimo di negligenza; in Svizzera fu un crimine»60. Ogni commento è superfluo.

Nel maggio 1998, una commissione consultiva presidenziale sui beni dell'Olocausto negli Stati Uniti fu incaricata dal Congresso di «condurre una nuova ricerca sul destino dei beni sottratti alle vittime dell'Olocausto e giunti in possesso del governo federale americano» e di «suggerire al presidente la politica che si dovrebbe adottare per restituire tali beni rubati ai legittimi proprietari o ai loro eredi». «Il lavoro della commissione dimostra inconfitabilmente» dichiarò il suo presidente Bronfman «che quanto ai beni dell'Olocausto negli Stati Uniti vogliamo attenerci a quegli stessi standard di verità su cui abbiamo portato altre nazioni.» Ma una commissione consultiva presidenziale con un budget di sette milioni di dollari è una cosa piuttosto diversa da un'indagine esterna (costata cinquecento milioni di dollari) che ha coinvolto l'intero sistema bancario di una nazione e ha comportato l'accesso sen[167]za restrizioni a tutti i suoi documenti61. Per dissipare ogni dubbio sul fatto che gli Stati Uniti erano schierati dalla parte di quelli che non lasciavano nulla di intentato per restituire i beni degli ebrei rubati all'epoca dell'Olocausto, James Leach, presidente della commissione sulle attività bancarie della Camera dei rappresentanti, nel febbraio 2000 annunciò con orgoglio che un museo del North Carolina aveva restituito un quadro a una famiglia austriaca. «È un segno del senso di responsabilità americano [...] e penso che sia un gesto cui questa commissione debba dare risalto.62 »

Per l'industria dell'Olocausto la vicenda delle banche svizzere, come i tormenti postbellici patiti dal «sopravvissuto» svizzero Binjamin Wilkomirski, era un'ulteriore conferma dell'inveterato e irrazionale odio dei gentili. Il caso mise in risalto la grossolana insensibilità che anche un «Paese europeo liberal-democratico», conclude Itamar Levin, poteva mostrare «nei confronti di quanti portano sulla propria pelle le ferite fisiche e psicologiche del più grave crimine della storia». Nell'aprile 1997, una ricerca compiuta dall'Università di Tel Aviv documentò «un'evidente impennata» dell'antisemitismo svizzero. Eppure questa inquietante scoperta non poteva essere messa in alcun modo in relazione con l'estorsione attuata dall'industria dell'Olocausto nei confronti della Svizzera. «L'antisemitismo non è colpa degli ebrei» sospirò Bronfman «è colpa degli antisemiti.63»

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Il risarcimento materiale per l'Olocausto «è la più importante prova morale che l'Europa si trovi ad affrontare alla fine del ventesimo secolo» sostiene Itamar Levin. «Sarà questa la vera prova del trattamento riservato agli ebrei da parte del Continente.64» E anzi, imbaldanzita dal fatto di essere riuscita a spillare soldi alla Svizzera, l'industria dell'Olocausto è passata in fretta a «mettere alla prova» il resto dell'Europa. La tappa successiva è stata la Germania.

Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell'agosto 1998, in settembre l'industria dell'Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli stessi tre team legali (Hausfeld-Weiss, Fagan-Swift, e il Consiglio mondiale delle comunità ebraiche ortodosse) intentarono una class action contro l'industria privata tedesca, domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento. Hevesi, il revisore dei conti della città di New York, brandendo l'arma del boicottaggio economico, cominciò a «tenere sotto controllo» i negoziati nell'aprile 1999. La commissione sulle attività bancarie della Camera dei rappresentanti tenne le udienze in settembre. Il membro dei Congresso Carolyn Maloney dichiarò che «il tempo trascorso non deve essere una scusante per un arricchimento iniquo» (in ogni caso, un conto è il lavoro schiavistico degli ebrei, un altro quello degli afroamericani) mentre Leach, presidente della commissione,[169] recitò il solito vecchio copione: «La storia non cade in prescrizione». Stuart Eizenstat disse alla commissione che le società tedesche in rapporti d'affari con gli Stati Uniti «danno prova qui della loro buona volontà, e vorranno continuare sulla strada del civismo di cui hanno sempre dato prova negli Stati Uniti e in Germania». Mettendo da parte le amenità diplomatiche, il membro del Congresso Rick Lazio raccomandò senza mezzi termini alla commissione di «concentrarsi sulle aziende private tedesche, in particolare quelle che fanno affari con gli Stati Uniti»65.

Per fomentare l'isteria collettiva contro la Germania, nell'ottobre 1999 l'industria dell'Olocausto si servì di molteplici annunci pubblicitari a piena pagina sui quotidiani. La terribile verità non bastava: si ricorse a qualunque mezzo. In un'inserzione pubblicitaria che denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef Mengele, nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia «diretto» i suoi terrificanti esperimenti. Rendendosi conto dell'inesorabilità dell'infernale macchina dell'Olocausto, verso la fine dell'anno i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una cifra considerevole. Il «Times» di Londra attribuì questa resa alla campagna «Holo-cash» portata avanti negli Stati Uniti. «Non avremmo potuto raggiungere un accordo» riferì in seguito Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera «sen[170]za il coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton [ ... ] e di altri influenti funzionari» del governo americano66.

L'industria dell'Olocausto ribadì che la Germania aveva l'«obbligo morale e giuridico» di risarcire gli ex internati nei campi di lavoro. «Questi prigionieri costretti al lavoro schiavistico meritano un minimo di giustizia» sostenne Eizenstat «nei pochi anni che restano loro da vivere.» Tuttavia, come si è già detto, è semplicemente falso sostenere che essi non avessero ricevuto alcun risarcimento. In base agli accordi originari, il governo tedesco garantiva un indennizzo ai prigionieri dei campi di lavoro. Il governo risarcì anche gli ex internati per «la privazione della libertà» e per «danni fisici e materiali». Soltanto il mancato versamento dei salari non era coperto da indennizzo. Tutti coloro che sostennero di avere subito danni permanenti ricevettero un consistente vitalizio67. Inoltre la Germania versò alla Claims Conference circa un miliardo di dollari (in valuta corrente) per quegli ex internati ebrei che avevano ricevuto un indennizzo minimo. Come si è già detto, la Claims Conference, venendo meno agli accordi con la Germania, utilizzò invece il denaro per vari progetti che le stavano a cuore. La giustificazione che fornì per questo (ab)uso del risarcimento tedesco partiva dal presupposto che «ancor prima che si potesse attingere ai fondi [...] le necessità delle vittime "bisognose" del na[171]zismo erano già state ampiamente soddisfatte»68. Eppure, ancora cinquant'anni dopo, l'industria dell'Olocausto stava domandando soldi per «le vittime bisognose dell'Olocausto» che erano vissute nell'indigenza perché, a suo dire, i tedeschi non le avevano mai risarcite.

Che cosa costituisca un «giusto» risarcimento per gli ex internati ebrei costretti al lavoro schiavistico è decisamente un interrogativo senza risposta. Tuttavia, si può dire questo: in base ai termini del nuovo accordo, a ciascuno di loro è destinata una cifra pari a circa settemilacinquecento dollari. Se la Claims Conference avesse distribuito correttamente fin dall'inizio il denaro della Germania, un maggior numero di ex internati avrebbe ricevuto molto di più e molto prima.

Se «le vittime bisognose dell'Olocausto» vedranno o no una parte dei nuovi soldi della Germania è una questione tuttora aperta. La Claims Conference vuole una bella fetta di torta a titolo di suo «fondo speciale». Secondo il «Jerusalem Report», la Claims Conference ha «tutto da guadagnare nel fare in modo che i sopravvissuti non ottengano niente». Michael Kleiner, deputato della Knesset israeliana (Herut), tacciò la Claims Conference di essere uno «Judenrat, che svolge, in modo diverso, la stessa opera dei nazisti». «Un'associazione disonesta, che si muove costantemente in segreto, e inquinata da una vergognosa e ben nota corruzione morale», ribadiva Kleiner «un ente malvagio che maltratta gli ebrei [172] sopravvissuti all'Olocausto e i loro eredi mentre se ne sta seduto su un enorme mucchio di denaro che appartiene a singoli individui ma che esso cerca di incamerare con ogni mezzo, sebbene queste persone siano ancora in vita.69» Nel frattempo, Stuart Eizenstat, testimoniando davanti alla commissione sulle attività bancarie della Camera, continuava a incensare la «trasparenza dell'operato della Jewish Material Claims Conference nel corso degli ultimi quarantanni». A eccellere per cinismo fu il rabbino Israel Singer. Oltre all'incarico di segretario generale al Congresso Mondiale Ebraico, Singer ricopriva quello di vicepresidente della Claims Conference e aveva il compito di condurre i negoziati nelle trattative con la Germania sulla questione del lavoro schiavistico. Dopo il raggiungimento degli accordi con la Svizzera e con la Germania, egli, mostrando di essere un uomo pio, ribadi più volte alla commissione sulle attività bancarie della Camera che «sarebbe [stata] una vergogna» se gli indennizzi per l'Olocausto fossero stati «pagati agli eredi invece che ai sopravvissuti». «Non vogliamo che quei soldi vadano agli eredi. Vogliamo che vadano alle vittime.» Però, «Haaretz» riferisce che Singer fu uno dei più convinti sostenitori dell'utilizzo del denaro dei risarcimenti «per far fronte alle necessità dell'intera comunità ebraica, e non solo di quegli ebrei che furono così fortunati da sopravvivere all'Olocausto e raggiungere la vecchiaia»70.

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In una pubblicazione dello US Holocaust Memorial Museum, Henry Friedlander, autorevole studioso di storia dell'Olocausto nazista ed ex internato ad Auschwitz, in relazione al numero dei sopravvissuti alla fine della guerra ipotizzò:

Se all'inizio del 1945 c'erano circa 715.000 prigionieri nei campi, e almeno un terzo, vale a dire circa 238.000, morì nella primavera del 1945, possiamo supporre che sopravvissero al massimo 475.000 prigionieri. Dato che gli ebrei erano stati uccisi in modo sistematico, e soltanto quelli scelti per lavorare (ad Auschwitz pari circa al quindici per cento) avevano una possibilità di sopravvivenza, dobbiamo supporre che al momento della liberazione gli ebrei costituissero non più del venti per cento della popolazione dei campi.

«Perciò possiamo stimare» concludeva «che il numero di sopravvissuti ebrei non superasse le centomila unità. » La stima di Friedlander degli ex internati ebrei costretti al lavoro schiavistico alla fine della guerra, tra l'altro, è considerata relativamente alta dagli economisti. In un autorevole saggio, Leonard Dinnerstein calcolava: «Sessantamila ebrei [...] uscirono dai campi di concentramento. Nel giro di una settimana ne morirono più di ventimila»71.

In un briefing del Dipartimento di Stato del maggio [174] 1999, Stuart Eizenstat stimò il numero totale degli ex internati ancora in vita, ebrei e non ebrei, citando come fonte «gruppi che li rappresentano», in un numero «compreso tra le settanta e le novantamila persone»72. Eizenstat era l'inviato americano ai negoziati sui campi di lavoro tedeschi e lavorò a stretto contatto con la Claims Conference73. La sua stima portava il numero totale degli ex deportati ancora vivi a una cifra oscillante tra i quattordicimila e i diciottomila (il venti per cento dei settanta-novantamila). Ciò nonostante, non appena iniziarono i negoziati, l'industria dell'Olocausto chiese risarcimenti per centotrentacinquemila ex internati ebrei costretti al lavoro schiavistico e il loro numero totale, comprendendo i non ebrei, passò a duecentocinquantamila74. In altre parole, il numero degli ex deportati ebrei nei campi di lavoro ancora in vita fu quasi decuplicato rispetto al maggio 1999 e la forbice tra ex deportati ebrei e non ebrei si restrinse drasticamente. In effetti, a voler credere all'industria dell'Olocausto, oggi sono vivi più ex deportati ebrei nei campi di lavoro rispetto a cinquant'anni fa. «Quale rete aggrovigliata tessiamo» scrisse Sir Walter Scott «quando stiamo imparando a mentire.»

Quando l'industria dell'Olocausto gioca con i numeri per aumentare le richieste di risarcimento, gli antisemiti sfottono allegramente gli «ebrei bugiardi» che «mercanteggiano» perfino sulla propria morte. Con i suoi [175] giochi di prestigio, l'industria dell'Olocausto ha, per quanto involontariamente, riabilitato il nazismo. Raul Hilberg, l'autorità per antonomasia sull'Olocausto nazista, stima che gli ebrei uccisi siano stati cinque milioni e centomila75. Eppure, se oggi fossero vivi centotrentacinquemila ex internati nei campi di lavoro, alla guerra dovrebbero essere sopravvissuti circa seicentomila, che sono almeno cinquecentomila in più rispetto alle stime normali. Si dovrebbe poi sottrarre questo mezzo milione ai cinque milioni e centomila uccisi. Non soltanto i «sei milioni» diventano una cifra insostenibile, ma le cifre stimate dall'industria dell'Olocausto si avvicinano di molto a quelle di coloro che negano l'Olocausto. Si consideri che Heinrich Himmler, l'organizzatore della Soluzione Finale, nel gennaio 1945 calcolò tutta la popolazione dei campi in poco più di settecentomila persone e che, secondo Friedlander, circa un terzo di loro era stato eliminato entro il mese di maggio. Ebbene, se gli ebrei costituivano solamente il venti per cento della popolazione uscita viva dai campi, e se, come sostiene l'industria dell'Olocausto, alla guerra sopravvissero seicentomila ebrei deportati, allora in tutto sarebbero dovuti sopravvivere tre milioni di prigionieri. Sulla base dei calcoli dell'industria dell'Olocausto, le condizioni di vita dei campi di concentramento non sarebbero state così dure e si dovrebbero ipotizzare un tasso di natalità decisamente alto e uno di mortalità decisamente basso76.

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È risaputo che la Soluzione Finale fu uno sterminio industriale, portato a termine con efficienza senza precedenti, con tecniche da catena di montaggio77. Ma se, come sostiene l'industria dell'Olocausto, sopravvissero svariate centinaia di migliaia di ebrei, dopo tutto la Soluzione Finale non fu così efficiente. Deve essere stato un massacro condotto in modo casuale: esattamente quello che sostengono coloro che negano l'esistenza dell'Olocausto. Les extrêmes se touchent.

In una recente intervista, Raul Hilberg sottolinea che per capire l'Olocausto nazista i numeri sono fondamentali. In effetti, con la sua radicale revisione delle cifre, la Claims Conference solleva dubbi sulla sua stessa interpretazione. Secondo la sua «dichiarazione programmatica» per i negoziati con la Germania «il lavoro schiavistico costituì uno dei tre metodi principali che i nazisti impiegarono per uccidere gli ebrei: gli altri furono le fucilazioni e le camere a gas. Uno degli obiettivi del lavoro schiavistico era di sfruttare i prigionieri fino a provocarne la morte [...] Il termine "schiavistico" è inesatto in questo contesto, perché in linea di massima i padroni hanno interesse a preservare la vita e la salute dei loro schiavi. Il progetto nazista per gli "schiavi", invece, era quello di sfruttare il loro potenziale lavorativo per poi eliminarli». Tranne coloro che negano l'Olocausto, nessuno ha ancora messo in discussione il fatto che i nazisti consegnarono a questo terribile de[177]stino gli internati costretti al lavoro schiavistico. Come è possibile però conciliare questi fatti riconosciuti con l'asserzione che molte centinaia di migliaia di ebrei impiegati siano sopravvissuti? La Claims Conference non ha in questo modo aperto una breccia nel muro che separa la spaventosa verità sull'Olocausto nazista dalla sua negazione?78

In un'inserzione a piena pagina sul «New York Times», luminari dell'industria dell'Olocausto come Elie Wiesel, il rabbino Marvin Hier e Steven T. Katz condannarono «la negazione dell'Olocausto da parte della Siria». Il testo criticava duramente un editoriale apparso su un quotidiano ufficiale del governo siriano che sosteneva che Israele «inventa storie sull'Olocausto» allo scopo di «prendere più soldi dalla Germania e da altri Paesi occidentali». Per quanto spiacevole, l'accusa siriana è vera. L'ironia, che sfugge tanto al governo siriano quanto ai firmatari della pagina a pagamento, è che questa stessa storia delle molte centinaia di migliaia di sopravvissuti costituisce una forma di negazione dell'Olocausto.79

L'estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio del gran finale: l'estorsione nei confronti dell'Europa dell'Est. Con il crollo del blocco sovietico, in quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si aprirono prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle «vit[178]time bisognose dell'Olocausto», l'industria dell'Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di dollari a questi Paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in modo inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell'antisemitismo in Europa.

L'industria dell'Olocausto si è presentata nelle vesti dell'unico legittimo avente diritto a reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l'Olocausto nazista. «Esiste un accordo con il governo israeliano» riferì Edgar Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera dei rappresentanti «in base al quale i beni senza eredi dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization.» Utilizzando questo «mandato», l'industria dell'Olocausto ha chiesto ai Paesi dell'ex blocco sovietico di consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di provvedere a un risarcimento in denaro.80 Tuttavia, diversamente dal caso di Svizzera e Germania, avanza queste richieste senza dare loro troppo risalto pubblicitario: l'opinione pubblica, infatti, non è stata troppo contraria al ricatto nei confronti dei banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno favore al ricatto degli stremati contadini polacchi. inoltre, gli ebrei che hanno perso parenti nell'Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle macchinazioni della VJRO: la pretesa di essere i legittimi eredi dei morti per incame[179]rarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio. D'altro canto, l'industria dell'Olocausto non ha bisogno di mobilitare l'opinione pubblica: con il sostegno dei funzionari-chiave dell'amministrazione americana, può annientare facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.

«È importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà comunitarie» spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare «sono tutti finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei» nell'Europa dell'Est. Al fine di «promuovere il rinnovarnento» della vita ebraica in Polonia, la World Jewish Restitution Organization sta avanzando pretese su oltre seimila proprietà comunitarie ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali. Prima della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era nell'ordine dei tre milioni e mezzo di persone; quella attuale è di alcune migliaia. Promuovere la rinascita della vita ebraica deve per forza comportare l'assegnazione di una sinagoga o di un edificio scolastico a ogni ebreo polacco? La WJRO sta anche redamando la proprietà di centinaia di migliaia di appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di dollari. «Gli amministratori polacchi temono», riporta «Jewish Week», che la richiesta «possa portare la nazione alla bancarotta.» Quando il parlamento polacco propose di porre dei limiti ai risarcimenti per evitare l'in[180]solvenza, Elan Steinberg del CME denunciò la legge come un «atto fondamentalmente antiamericano».81

Esercitando pesanti pressioni sulla Polonia, gli avvocati dell'industria dell'Olocausto intentarono una class action presso la corte del giudice Korman per risarcire i «sopravvissuti all'Olocausto che stanno invecchiando e morendo». Nella denuncia si sosteneva che i governi postbellici della Polonia «proseguirono nel corso degli ultimi cinquantaquattro anni» una politica genocida tesa a «espellere fino all'ultimo» ebreo. I membri dei New York City Council concordarono una risoluzione all'unanimità che chiedeva alla Polonia «di approvare adeguate norme legislative che mettessero in atto la restituzione completa dei beni dell'Olocausto», mentre cinquantasette membri del Congresso (capeggiati da Anthony Weiner, di New York) inviarono una lettera al parlamento polacco in cui chiedevano «adeguate norme legislative volte alla restituzione del cento per cento di tutte le proprietà e i beni confiscati durante l'Olocausto». «Dal momento che le persone coinvolte diventano ogni giorno più vecchie» precisava la lettera «il tempo a disposizione per risarcire coloro che hanno subito dei torti sta scadendo.»82

Nella testimonianza resa alla commissione sulle attività bancarie del Senato, Stuart Eizenstat deplorò la lentezza degli sfratti nell'Europa orientale: «Nel corso dell'opera di recupero delle proprietà sono sorti mol[181]tissimi problemi. In alcuni Paesi, per esempio, le persone o le comunità che hanno cercato di rivendicare le proprietà si sono sentite chiedere, a volte intimare, [...] di permettere agli attuali occupanti di restare per un lungo periodo di tempo pagando canoni d'affitto a prezzo controllato».83 La scarsa sensibilità della Bielorussia turbò in particolar modo Eizenstat. Quello Stato è «molto, molto indietro» nella restituzione delle proprietà ebraiche di prima della guerra, riferì alla commissione sulle relazioni internazionali della Camera dei rappresentanti.84 Il reddito mensile pro capite della Bielorussia è di cento dollari.

Per forzare alla sottomissione i governi recalcitranti, l'industria dell'Olocausto agitò lo spauracchio delle sanzioni americane. Eizenstat fece pressione sul Congresso per «esaltare» l'importanza dei risarcimenti per l'Olocausto, perché venissero messi «in cima alla lista» dei requisiti per quei Paesi dell'Est che cercano di entrare nell'OCSE, nella NWO, nell'Unione Europea, nella Nato e nel Consiglio d'Europa: «Se voi parlate, loro ascolteranno [...] Capiranno al volo». Israel Singer, del Congresso Mondiale Ebraico, chiese al Congresso di «continuare a guardare la lista della spesa» per «controllare» che ogni Paese pagasse. «È estremamente importante che le nazioni coinvolte nella questione comprendano» affermò Benjamin Gilman, membro del Congresso e della commissione sulle relazioni in[182]ternazionali della Camera, «che la loro reazione [...] è uno dei molti punti di riferimento sulla cui base gli Stati Uniti valutano le relazioni bilaterali.» Avraham Hirschson, presidente della Commissione per la restituzione della Knesset israeliana e rappresentante d'Israele presso la World Jewish Restitution Organization, pagò un tributo alla complicità del Congresso nell'estorsione. Ricordando le sue «battaglie» con il Primo ministro rumeno, Hirschson testimoniò: «Nel mezzo della polemica feci un'osservazione che cambiò l'atmosfera. Gli dissi: «Bene, tra due giorni sarò a un'udienza al Congresso. Che cosa volete che dica loro?". L'atmosfera cambiò completamente». Il Congresso Mondiale Ebraico ha «creato una perfetta industria dell'Olocausto» avverte un avvocato dei sopravvissuti ed è «colpevole di promuovere [...] un odioso ritorno di fiamma dell'antisemitismo in Europa».85

«Se non fosse per gli Stati Uniti d'America» osservò correttamente Eizenstat nel suo peana al Congresso «ben poche, o forse nessuna, di queste iniziative oggi starebbero procedendo.» Per giustificare le pressioni esercitate sull'Europa orientale, spiegò che un tratto distintivo della moralità «occidentale» è di «restituire o risarcire le proprietà comuni o personali di cui ci si è ingiustamente appropriati». Per le «nuove democrazie» dell'Europa dell'Est, adeguarsi a questo standard «darebbe la misura del loro passaggio dal novero dei tota[183]litarismi a quello delle democrazie». Eizenstat è un funzionario di alto livello del governo americano e un importante sostenitore d'Israele. Eppure, a giudicare tanto dalle rivendicazioni dei nativi americani quanto da quelle dei palestinesi, né gli Stati Uniti né Israele hanno ancora compiuto questo passaggio.86

Nella sua testimonianza resa alla Camera, Hirschson rievocò il malinconico spettacolo di anziane «vittime bisognose dell'Olocausto» provenienti dalla Polonia «che si presentano ogni giorno nel mio ufficio alla Knesset [...] implorando di riavere i loro beni [...], di riavere le case che avevano lasciato, i negozi che avevano perduto». Nel frattempo, l'industria dell'Olocausto muove guerra su un secondo fronte. Rifiutando l'ingannevole mandato della World Jewish Restitution Organization, le comunità ebraiche locali dell'Europa orientale hanno avanzato le loro pretese sui beni di proprietà ebraica senza eredi. Si assiste quindi alla tanto auspicata rinascita della vita ebraica nel momento in cui gli ebrei dell'Europa orientale mettono a profitto le loro radici appena ritrovate e ottengono una fetta del bottino dell'Olocausto.87

L'industria dell'Olocausto si vanta di avere stanziato il denaro dei risarcimenti per opere di beneficenza a favore di ebrei. «Per quanto la beneficenza sia una nobile causa» osserva un avvocato che rappresenta le vere vittime «è sbagliato farla con i soldi di altre per[184]sone.» Una delle cause predilette è l'«educazione all'Olocausto», a sentire Eizenstat «il più grande lascito dei nostro lavoro». Hirschson è anche fondatore di «March of the Living», un'organizzazione chiave del sistema di educazione all'Olocausto e uno dei principali beneficiari del denaro dei risarcimenti. In questo spettacolo d'ispirazione sionista giovani ebrei di tutto il mondo convergono sui campi di sterminio in Polonia per un primo giro di istruzione sulla malvagità dei gentili prima di essere portati in salvo in Israele. Il «Jerusalem Post» coglie il kitsch dell'Olocausto che contraddistingue la «March»: «"Ho tanta paura, non ce la faccio, vorrei essere già in Israele" continua a dire una giovane del Connecticut. Sta tremando [ ... ] Il suo amico prontamente estrae una grande bandiera israeliana. Lei la avvolge intorno a entrambi; poi proseguono». Una bandiera israeliana: mai andare in giro senza.88

David Harris dell'AJC, parlando alla Washington Conference on Holocaust Era Assets, sentenziò con eloquenza sul «profondo impatto» che i pellegrinaggi ai campi di sterminio nazisti hanno sulla gioventù ebraica. Il «Forward» riportò un episodio particolarmente ricco di pathos. Sotto il titolo Israeli Teens Frolic With Strippers After Auschwitz Visit [Ragazzi israeliani si divertono con spogliarelliste dopo una visita ad Auschwitz], il quotidiano spiegava che, secondo gli esper[185]ti, gli studenti dei kibbutz avevano «pagato spogliarelliste per scaricare le violente emozioni suscitate dalla visita» ad Auschwitz. A quanto pare gli stessi tormenti assillarono gli studenti ebrei che partecipavano a una gita di studio dello US Holocaust Memorial Museum e che, stando al «Forward», «se ne andavano in giro a spassarsela, a pomiciare e quant'altro».89 Come dubitare della saggezza della decisione da parte dell'industria dell'Olocausto di investire il denaro dei risarcimenti nell'educazione all'Olocausto piuttosto che «sprecare i fondi» (Nahum Goldmann) per i sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti?90

Nel gennaio 2000 i rappresentanti di circa cinquanta Stati, tra cui il Primo ministro di Israele Ehud Barak, si riunirono a Stoccolma per partecipare a un importante convegno sull'Olocausto. La dichiarazione conclusiva del convegno sottolineava il «solenne impegno» della comunità internazionale a combattere i mali del genocidio, della pulizia etnica, dei razzismo e della xenofobia. Più tardi, un giornalista svedese chiese a Barak dei profughi palestinesi. In linea di principio, rispose Barak, era contrario all'idea che anche un solo profugo entrasse in Israele: «Non possiamo farci carico di alcuna responsabilità morale, giuridica o di altro genere per i profughi». Il convegno fu davvero un successo straordinario.91

La Guide to Compensation and Restitution for Holo[186]caust Survivors [Guida al risarcimento e alla restituzione dei beni per i sopravvissuti all'Olocausto], testo ufficiale della Claims Conference, stila un lungo elenco di organizzazioni affiliate: è fiorito un vasto apparato burocratico, pieno di soldi. Compagnie d'assicurazione, musei d'arte, aziende private, possidenti e agricoltori praticamente in ogni Paese europeo sono nel mirino dell'industria dell'Olocausto. Ma le «vittime bisognose», in nome delle quali l'industria dell'Olocausto agisce, protestano che essa sta soltanto «perpetuando l'espropriazione». In molti hanno intentato causa contro la Claims Conference. L'Olocausto potrebbe ancora rivelarsi «il più grande ladrocinio nella storia del genere umano».92

Lo storico Ilan Pappe riporta che quando, dopo la guerra, Israele cominciò le trattative con la Germania per i risarcimenti, il ministro degli Esteri Moshe Sharett propose di assegnarne una parte ai profughi palestinesi «per riparare a quella che è stata definita la piccola ingiustizia (la tragedia palestinese), provocata da quella più terribile (l'Olocausto)».93 Questa proposta non ebbe alcun seguito. Un importante studioso israeliano ha suggerito di utilizzare una parte dei fondi provenienti dalle banche svizzere e dalle società tedesche per «risarcire i profughi arabi palestinesi».94 Dal momento che la maggior parte dei sopravvissuti all'Olocausto nazista è già morta, sembrerebbe una proposta sensata.

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Secondo il vecchio stile del Congresso Mondiale Ebraico, il 13 marzo 2000 Israel Singer fece l'«annunciò straordinario» che un documento americano appena reso pubblico rivelava che l'Austria era in possesso di beni appartenuti a ebrei all'epoca dell'Olocausto e privi di eredi il cui valore ammontava a circa dieci miliardi di dollari. Singer sostenne anche che «il cinquanta per cento delle opere d'arte presenti in America è stato rubato agli ebrei».95 È evidente che l'industria dell'Olocausto ha completamente perso la testa.

 


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