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Norman Finkelstein, L'industria dell'Olocausto, 2002,

capitolo 1 - Note ­

1.Cit. in Michael Berenbaum, After Tragedy and Triumph, Cambridge 1990, 45.


2. Nel testo, con l'espressione «Olocausto nazista» si fa riferimento all'evento storico, con il termine «Olocausto» alla sua rappresentazione ideologica.


3. Per l'impressionante elenco di giustificazioni del comportamento di Israele firmate da Wiesel, si veda Norman Finkelstein e Ruth Bettina Birn, A Nation on Trial. The Goldhagen Thesis and Historical Truth, New York 1998, 91n83, 96n90. Altrove il suo comportamento non è migliore. In un nuovo libro di memorie, And the Sea Is Never Full, New York 1999, Wiesel offre questa sbalorditiva spiegazione circa il suo silenzio sul dramma palestinese: «Malgrado l'enorme pressione, ho rifiutato di prendere pubblicamente posizione sul conflitto arabo-israeliano» (125). Nella sua dettagliatissima indagine sulla letteratura sull'Olocausto, il critico letterario Irving Howe (Writing and Holocaust, in «New Republic», 27 ottobre 1986) liquida il vasto corpus delle opere di Wiesel in un solo paragrafo con il vago elogio che «il primo libro di Elie Wiesel, La Nuit, [è] scritto con semplicità e senza indulgere nella retorica». «Dopo La Nuit non c'è più nulla che valga la pena d'essere letto» concorda il critico letterario Alfred Kazin. «Ora Elie è esclusivamente un attore: rivolgendosi a me, si è definito un "conferenziere [18] sull'angoscia"» (A Lifetime Burning in Every Moment, New York, 1996, 179).


4. New York, 1999. Norman FinkeIstein, Uses of the Holocaust, in «London Review of Books», 6 gennaio 2000.


5. Novick, The Holocaust, 3-6.s


6. Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews, New York, 1961; Viktor Frankl, Man's Search for Meaning, New York 1959; Ella Lingens-Reiner, Prisoners of Fear, London, 1948.


7. Gore Vidal, The Empire Lovers Strike Back, in «Nation», 22 marzo 1986.


8. Rochelle G. Saidel, Never Too Late to Remember, New York 1996,32.


9. Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, edizione rivista e ampliata, New York 1965, 282. La situazione in Germania non era molto diversa. Per esempio, la giustamente ammirata biografia di Hitler, di Joachim Fest, pubblicata in Germania nel 1973, dedica solamente quattro delle 750 pagine del volume allo sterminio degli ebrei e un unico paragrafo ad Auschwitz e agli altri campi di sterminio. Joachim C. Fest, Hitler, New York 1975, 679-82.


10. Raul Hilberg, The Politics of Memory, Chicago 1996, 66, 105-37. Come per gli studi scientifici, la qualità dei pochi film sull'Olocausto era comunque decisamente notevole. Sorprendentemente, Vincitori e vinti (1961) di Stanley Kramer fa esplicito riferimento alla decisione (1927) dei giudice della Corte Suprema Oliver Wendell Holmes di consentire la sterilizzazione dei «mentalmente inabili» come precorritrice dei programmi eugenetici nazisti; cita gli elogi rivolti da Winston Churchill a Hitler fino al 1938; il riarmo di Hitler reso possibile da industriali americani profittatori e l'opportunistico proscioglimento, dopo la guerra, degli industriali tedeschi da parte del tribunale militare americano.


11. Nathan Glazer, American Judaism, Chicago 1957, 114; Stephen J. Whitfield, The Holocaust and the American jewish Intellectuals in «Judaism», autunno 1979.


12. Per una lucida descrizione di questi due tipi antitetici di sopravvissuto, si veda Primo Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1963.


13. Nel testo, il termine «élite ebraiche» designa personalità di spicco nel mondo delle organizzazioni e nella vita culturale della comunità ebraica tradizionale.


14. Shlomo Shafir, Ambiguous Relations. The American jewish Community and Germany Since 1945, Detroit 1999, 88, 98, 100-1, 111, 113, 114, 177, 192, 215, 231, 251.


15. Ivi, 98, 106n 123-37, 205, 215-16, 249. Robert Warshaw, The «Idealism» of Julius and Ethel Rosenberg, in «Commentary», novembre 1953. Fu una pura coincidenza che allo stesso tempo le organizzazioni ebraiche tradizionali misero in croce Hannah Arendt, colpevole di avere sottolineato il collaborazionismo delle élite ebraiche durante l'era nazista? Nel ricordare il ruolo odioso delle forze di polizia ebraica, Yitzhak Zuckerman, un leader della rivolta del ghetto di Varsavia, osservò: «Non c'erano poliziotti «onesti», perché gli uomini onesti si toglievano l'uniforme e tornavano a essere semplici ebrei» (A Surplus of Memory, Oxford 1993, 244).


16. Novick, The Holocaust, 98-100. Oltre alla Guerra Fredda, altri fattori ebbero un ruolo sussidiario nella decisione della comunità ebraica americana di mettere la sordina, nel dopoguerra, all'Olocausto nazista: per esempio, la paura dell'antisemitismo e la tendenza, nell'America degli anni Cinquanta, all'ottimismo e all'assimilazione. Novick prende in esame questi aspetti nei capitoli 4-7 di The Holocaust.


17. A quanto sembra, il solo a negare questo legame è Elie Wiesel, il quale sostiene che l'Olocausto affiorò nella vita americana soprattutto per opera sua (Saidel, Never Too Late, 33-34).


18. Menahem Kaufman, An Ambiguous Partnership, Jerusalem 1991, 218, 276-77.


19. Arthur Hertzberg, Jewish Polemics, New York 1992, 33; per quanto ingannevolmente apologetico, cfr. Isaac Alteras, Eisenhower, American Jewry and Israel in «American Jewish Archives», novembre 1985, e Michael Reiner, The Reaction of US-Jewish Organizations to the Sinai Campaign and Its Aftermath, in «Forum», inverno 1980-81.


20. Nathan Glazer, American judaism, Chicago 1957, 114. Glazer prosegue: «Israele non significa quasi nulla per l'ebraismo americano [...] L'idea che Israele [...] possa seriamente influenzare l'ebraismo americano [...] è percepita come un'illusione» (115).


21. Shafir, Ambiguous Relations, 222.


22. Si veda, per esempio, Alexander Bloom, Prodigal Sons, New York 1986.


23. Lucy Dawidowicz e Milton Himmelfarb (a cura di), Conference on Jewish Identity Here and Now, American Jewish Committee 1967.


24. Dopo essere emigrata dalla Germania nel 1933, Hannah Arendt divenne un'attivista del movimento sionista francese; durante la Seconda guerra mondiale e fino alla fondazione d'Israele, scrisse diffusamente sul sionismo. Noam Chomsky, figlio di un ebraista americano di fama, fu allevato in una famiglia sionista e, poco dopo l'indipendenza d'Israele, trascorse dei tempo in un kibbutz. Entrambe le campagne denigratorie, contro Arendt all'inizio degli anni Sessanta e contro Chomsky negli anni Settanta, furono condotte dall'ADL. Si vedano Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, New Haven 1982, 105-8, 138-39, 143-44, 182-84, 223-33, 348; Robert E Barsky, Noam Chomsky, Cambridge 1997, 9-93; David Barsamian (a cura di), Chronicles of Dissent, Monroe (ME) 1992, 38.


25. Per una precoce anticipazione di questo mio ragionamento, si veda Hannah Arendt, Zionism Reconsidered (1944-45), in Ron Feldman (a cura di), The Jew as Pariah, New York 1978,159.


26. Making It, NewYork, 1967,336.


27. Breaking Ranks, New York, 1979,335.


28. Robert I. Friedman, The Anti-Defamation League Is Spying on You, in «Village Voice», 11 maggio 1993; Abdeen Jara, The Anti-Defamation League: Civil Rights and Wrongs, in «Covert Action», estate 1993; Matt Isaacs, Spy vs Spite, in «SF Weekly», 2-8 febbraio 2000.


29. Elie Wiesel, Against Silence, raccolta di scritti scelti e curati da Irving Abrahamson, New York 1984, 1, 283.


30. Novick, The Holocaust, 147; Lucy S. Dawidowicz, The Jewish Presence, New York 1977, 26.


31. La «dottrina del destino manifesto» nacque nei primi decenni dell'Ottocento negli Stati Uniti per promuovere l'espansione territoriale. John O'Sullivan parlò infatti del «nostro destino manifesto: diffonderci nel continente assegnato dalla Provvidenza al libero sviluppo dei nostri milioni di abitanti, che si moltiplicano di anno in anno». (NAT)


32. Eruption in the Middle East, in «Dissent», inverno 1957.


33. Israel: Thinking the UnthinkabIe, in «New York», 24 dicembre 1973.


34. Norman G. FinkeIstein, Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict, New York 1995, capitoli 5-6.


35. Noam Chomsky, The Fateful Triangle, Boston 1983, 4.


36. La carriera di Elie Wiesel è illuminante per cogliere il legame tra l'Olocausto e la guerra dei Sei Giorni: benché avesse già pubblicato le sue memorie su Auschwitz, salì agli onori della cronaca solamente dopo avere scritto due volumi che celebravano la vittoria israeliana (Wiesel, And the Sea, 16).


37. Kaufman, Ambiguous Partnership, 287,306-7; Steven L. Spiegel, The OtherArab-IsraeIi Conflict, Chicago 1985, 17, 32.


38. Benny Morris, 1948 And After, Oxford 1990, 14-15; Uri Bialet, Between East and West, Cambridge 1990, 180-8 l.


39. Novick, The Holocaust, 148.


40. Si veda, a titolo d'esempio, Amnon Kapeliouk, Israel: la fin des Mythes, Parigi 1975.


41. Novick, The Holocaust, 152.


42. Letter from Israel in «Commentary», febbraio 1975. Per tutta la durata della crisi di Suez, «Commentary» non smise di ripetere che era in gioco «l'esistenza stessa» d'Israele.


43. Abba Eban, Personal Witness, New York 1992, 272.


44. Peter Grose, Israel in the Mind of America, New York 1983, 304.


45. A.E.K. Organski, The $36 Billion Bargain, New York 1990, 48,163.


46. Finkelstein, Image and Reality, capitolo 6.


47. Novick, The Holocaust, 149-50. L'autore cita in quest'occasione il noto studioso ebreo Jacob Neusner.


48. Ivi, 153,155.


49. Ivi, 69-77.


50. Tom Segev, The Seventh Million, New York 1993, IV parte.


51. Ugualmente progettato a tavolino fu l'interesse nei confronti dei sopravvissuti all'Olocausto nazista: prima del 1967 furono zittiti in quanto la loro testimonianza era ritenuta sconveniente; dopo la guerra, divenuti utili pedine, vennero santificati.


52. «Response», dicembre 1988. I principali mercanti dell'Olocausto e sostenitori d'Israele come il direttore nazionale dell'ADL, Abraham Foxman, l'ex presidente dell'AJC Morris Abram e il presidente della Conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni ebraiche americane Kenneth Bialkin, per non parlare di Henry Kissinger, tutti quanti insorsero in difesa di Reagan. In occasione della visita a Bitburg, mentre l'AJC quella stessa settimana riceveva come ospite d'onore al proprio meeting annuale il ministro degli Esteri tedesco, un fedelissimo dei cancelliere Helmut Kohl. Con spirito analogo, Michael Berenbaum del Washington Holocaust Memorial Museum giustificò in seguito la visita a Bitburg e le dichiarazioni di Reagan attribuendole all'«ottimismo naive degli americani». Shafir, Ambiguous Relations, 302-4; Berenbaum, After Tragedy, 14.


53. Seymour Martin Lipset ed Earl Raab, Jews and the New American Scene, Cambridge 1995,159.


54. Novick, The Holocaust, 166.


55. Lipset e Raab, Jews, 26-27.


56. Charles Silberman, A Certain People. American jews and Their Lives Today, New York 1985. 78, 80, 81 (Roth).


57. Novick, The Holocaust, 170-72.


58. Arnold Forster e Benjamin R. Epstein, The New Anti-Semitism, New York 1974, 107.


59. Jean-Paul Sartre, Anti-Semite and Jew, New York 1965, 28.


60. Saidel, Never Too Late, 222. Seth Mnookin, Will NYPD Look to Los Angeles For Latest «Sensivity» Training?, in «Forward», 7 gennaio 2000. L'articolo riporta che l'ADI, e il Centro Simon Viesenthal sono in competizione per l'esclusiva sui programmi che insegnano la «tolleranza».


61. Noam Chomsky, Pirates and Emperors, New York 1986, 29-30 (Rubinstein).


62. Per un'indagine sui recenti dati elettorali che confermano questa tendenza, si veda Murray Friedman, Are American Jews Moving to the Right?, in «Commentary», aprile 2000. Per esempio, nella sfida elettorale del 1997 per eleggere il sindaco di New York, che vide contrapposti Ruth Messinger, democratica tradizionale, e Rudolph Giuliani, un repubblicano sostenitore della linea «legge e ordine», un buon settantacinque per cento del voto ebraico andò a Giuliani. È significativo che, per votare a favore di Giuliani, gli ebrei dovettero abbandonare il loro partito tradizionale così come la loro fedeltà etnica (Messinger è ebrea).


63. Questo cambiamento sembra in parte dovuto all'ascesa al potere di ebrei arrivisti e sciovinisti dello shtetl provenienti dall'Europa orientale, come il sindaco di New York Edward Koch e il direttore del «New York Times» A.M. Rosenthal, che presero il posto della leadership centro-europea e cosmopolita. A questo riguardo, giova notare che gli storici ebrei che dissentono dalle posizioni dogmatiche sull'Olocausto (per esempio, Hannah Arendt, Henry Friedlander, Raul Hilberg e Arno Mayer) provengono dall'Europa centrale.


64. Si veda per esempio Jack Salzman e Cornel West (a cura di), Struggles in the Promised Land, New York 1997, specialmente i capitoli 6, 8, 9, 14 e 15 (Kaufman 111, Greenberg 166). In realtà, una forte voce minoritaria all'interno del mondo ebraico espresse il proprio dissenso da questa svolta a destra.


65. Nathan PerImutter e Ruth Ann PerImutter, The Real AntiSemitism in America, New York 1982.


66. Novick, The Holocaust, 173 (Podhoretz).


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