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UN’ITALIA TOTALMENTE EBRAIZZATA

giovedì, gennaio 28th, 2010

«Auschwitz si è mai chiuso?»

Uno spunto di riflessione di Gaetano Bucci

«Oggi, 27 gennaio, si celebra “per legge” e per la decima volta la Giornata della Memoria.

In Italia molte ricorrenze sono state cancellate o di fatto sono cadute in disuso. Per il giorno della Shoah non è così. E andrebbe anche bene se intorno a questa ricorrenza non si addensassero ombre. Ombre non solo rispetto ai fatti ricordati, ma all’uso che di essi si fa in quella che molti, a partire da Norman G. Finkelstein che ne coniò il nome, chiamano «l’industria dell’olocausto».

La Shoah da ricorrenza storica è diventata negli anni “retorica e dogma”. Intorno ad essa girano molti interessi ed anche tanti soldi, senza che vi sia un vero avanzamento nella ricerca storica e, soprattutto, nella valutazione obiettiva delle nuove forme di negazione dei diritti umani e di persecuzione etnica e razziale. 

I fatti ricordati, diversamente da altri grandi e altrettanto gravi avvenimenti storici, come il lancio della bomba atomica si Hiroshima e Nagasaki o all’attacco dell’anno scorso di Israele alla Striscia di Gaza, si sottraggono ad ogni forma di analisi storiografica, di aggiornamenti, di nuove valutazioni, di condanne e sanzioni. 

La mera possibilità di esprimere liberamente un proprio punto di vista critico, anche dentro un contesto “non-negazionista”, viene impedita dal timore di essere tacciati di antisemitismo. 

Col tempo si è imposta in Italia, come in altri paesi europei, una forma di tacita e diffusa autocensura. Un’autocensura che, specie nella scuola e nelle università, non migliora la ricerca, non stimola il confronto, non genera vera educazione. 

Questo fatto è molto grave in quanto lungi dall’impedire rigurgiti razzisti li provoca e li alimenta. Il razzismo, come ogni forma di pregiudizio, si combatte solo ed unicamente con la libertà di pensiero, con il confronto, con la ricerca. Non con le museruole, le minacce, i provvedimenti disciplinari o le sanzioni liberticide. 

Con questa premessa riprendo l’ultimo episodio di “discussione rovente” sulla ricorrenza della Shoah e lo offro alla valutazione dei lettori nell’augurio che esso possa suscitare valutazioni più attente a quanto sta succedendo nel mondo negli ultimi anni. 

Il Corriere della Sera ha diffuso, a distanza di oltre un anno dall’intervista del sacerdote lefevriano Richard Williamson e a pochi giorni dalla discussa visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, alcuni passaggi di un’intervista rilasciata dal vescovo polacco Tadeusz Pieronek

Monsignor Pieroneck, già amico di papa Woitijla e da sempre su posizioni moderate, nella sua intervista ha indicato una serie di punti su cui bisogna interrogarsi, e che il sottoscritto in qualche modo ha già espresso nel passato. 

Il Vescovo ha prima di tutto dichiarato che «per un corretto e serio dibattito storico, libero da pregiudizi e vittimismi, gli ebrei dovrebbero chiedersi e domandarsi: che cosa fecero gli ebrei americani e le forze alleate in guerra per evitare quelle tragedie? Poco o niente». 

All’accusa di antisemitismo rivolta alla nazione polacca da Riccardo Pacifici della Comunità ebraica di Roma, nel corso del programma “In mezz’ora” condotto da Lucia Annunziata, Pieroneck ha risposto: «La Polonia non ha mai nutrito sentimenti contrari agli ebrei. Chi presenta in questo modo la nostra nazione, é ingiusto e sbaglia. La trovo un’invenzione offensiva per il nostro popolo». 

E poi ha proseguito: «Quest’accusa viene da persone che la storia non la hanno studiata. Nei campi di concentramento é innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non é lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale é una “invenzione ebraica”. Si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti e questo favorisce una certa arroganza che trovo insopportabile». 

Sul perché la Giornata della Memoria venga “strumentalizzata”, l’alto prelato polacco ha dichiarato: «La Shoah viene usata come arma di propaganda e per ottenere vantaggi spesso ingiustificati. Lo ribadisco, non é storicamente vero che nei lager siano morti solo ebrei, molti furono polacchi, ma queste verità oggi vengono quasi ignorate e si continua con questa barzelletta nei confronti della Polonia». 

Alla domanda se oggi gli israeliani rispettino i diritti umani dei palestinesi, l’alto prelato ha dichiarato: «Vedendo le immagini di quel muro non si può non affermare che si commette una colossale ingiustizia nei confronti dei palestinesi che sono trattati come animali e i loro diritti umani (nella Striscia di Gaza e nei Territori occupati) sono a dir poco violati. Ma di queste cose, complici le lobbies internazionali, si parla poco. Si faccia una giornata della memoria anche per loro. Certo, tutto questo non smentisce la vergogna dei campi di concentramento e le aberrazioni del nazismo». 

Credo che da queste dichiarazioni si possa partire, non per sminuire la rilevanza dei gravissimi crimini del nazi-fascismo, ma per discutere più apertamente e senza pregiudizi di sorta sui gravissimi avvenimenti planetari in cui in qualche modo sono richiamate specifiche responsabilità di Israele, “stato democratico” ma anche “stato teocratico” in possesso di sofisticati armamenti nucleari».

http://www.coratolive.it/News/news.aspx?idnews=9366

LA SEDE APOSTOLICA E GLI EBREI (1751)

lunedì, marzo 23rd, 2009

“A QUO PRIMUM” 

Enciclica papale sul pericolo di permettere agli Ebrei di vivere mischiati ai Cristiani.

 Premessa: Benedetto XIV fu Papa dal 1740 al 1758. Informato dei disagi che pesavano sui Cristiani che in Polonia erano invasi dagli Ebrei, nel 1751 inviò una lettera ai Vescovi di quella terra per ricordare loro il pericolo che rappresenta la convivenza indiscriminata di questi due gruppi. [132]

Per ben capire la politica dei Papi sulla presenza ebraica in seno alle nazioni cristiane bisogna sapere che sul piano religioso c’è sempre stata opposizione tra Ebrei e Cristiani. I due gruppi condividono una parte delle Scritture religiose, ma sono talmente separati nel modo di interpretarle, che alla fine ognuno ha tendenza a vedere nell’altro l’incarnazione del male. [133] A causa di ciò il pericolo di affronti è sempre stato enorme tra i due gruppi, il che spiega gli interventi dei Papi su questo argomento.

I Papi non volevano che i vescovi e i principi delle nazioni cristiane rifiutassero l’ospitalità agli Ebrei, ma che lo facessero secondo una regola di disciplina. Questa disciplina esigeva che gli Ebrei accolti vivessero separati dal resto della società cristiana, in modo da evitare le beghe che nascevano ogni volta che le autorità locali, per negligenza, permettevano agli Ebrei di vivere mischiati ai Gentili. [134]

Questo documento è come un riassunto, breve e lucido, della grandezza e della miseria del Popolo ebraico. Esso è l’ultimo documento papale che tratti direttamente di questo argomento.

 A QUO PRIMUM:

 «Al Primate di Polonia, agli Arcivescovi e Vescovi della Polonia, a proposito di ciò che è vietato agli Ebrei che vivono nelle stesse città o negli stessi quartieri dei Cristiani.

 Venerabili fratelli, salute e benedizione apostolica. Secondo quanto racconta Dlugoss, autore dei vostri Annali (lib. 2, p. 94) verso la fine del decimo secolo, durante il papato del nostro Predecessore Leone VIII e per opera del sovrano Miecislao e della cristiana sua moglie Dambrowka, la suprema bontà di Dio si è compiaciuta di porre le fondamenta della nostra Santa Religione Cattolica nel Regno di Polonia. Fin da quell’epoca la pia e devota Nazione Polacca con tanta costanza ha perseverato nell’intrapreso culto della Santa Religione. (…)

Allora furono pure raccolte in ampio volume le Costituzioni Sinodali della provincia di Gnesn, in cui sono trascritti tutti gli utili e sapienti provvedimenti previsti e presi dai Vescovi polacchi affinché nei Popoli affidati al loro governo la Religione cristiana non fosse contaminata dalla perfidia giudaica, tenuto conto che la qualità dei tempi comporta che sia i Cristiani, sia anche i Giudei convivano nelle stesse città e villaggi. Ciò conferma con luminosa evidenza (già lo si è detto) quanto merito abbia la Nazione Polacca nell’aver sempre cercato di conservare integra e protetta la Santa Religione tramandata, tanti secoli innanzi, dai suoi Antenati.

Anche se molti sono i capitoli delle Costituzioni di cui testé si è fatto menzione, di nessuno vi è ragione di dolerci, tranne che dell’ultimo. (…) Siamo venuti a sapere quanto costì si sia moltiplicato il numero dei Giudei, al punto che non pochi luoghi, città e villaggi che, come appare dai ruderi, erano prima opportunamente protetti da mura e che, come appare dalle antiche Tavole o dai Regesti, erano popolati da un grande numero di abitanti Cristiani, si trovano ora diroccati, sconci per l’abbandono e lo squallore e tuttavia gremiti di un gran numero di Giudei e quasi del tutto deserti di Cristiani. Abbiamo appreso inoltre che (…) ogni traffico di utili merci, quale quello dei liquori e anche del vino, è gestito dagli stessi Ebrei, i quali sono ammessi ad amministrare il reddito pubblico; per di più essi posseggono osterie, poderi, villaggi, beni per cui, conseguito il potere padronale, non solo fanno lavorare senza posa, esercitando un dominio crudele e disumano, i miseri uomini Cristiani addetti alle attività agricole e li costringono al trasporto di pesi immani; ma anche infliggono pene; coloro che sono sottoposti alle staffilate, ne riportano il corpo piagato. Come può accadere che quegli infelici dipendano dall’autorità dell’uomo Giudeo, quali sudditi sottomessi al cenno e al volere del Signore? Come può essere che nell’infliggere queste pene si lasci loro far uso di una funzione propria del Ministro cristiano, al quale appartiene la facoltà di punire? Ma poiché questi, per non essere allontanato dall’incarico, è costretto ad eseguire gli ordini del padrone Giudeo, così gli ordini tirannici finiscono per essere rispettati.

Oltre alle pubbliche cariche che, come abbiamo appena detto, sono ricoperte dai Giudei (la gestione di osterie, di villaggi, di poderi, dal governo dei quali beni tanti danni ricadono sugli uomini Cristiani) si aggiungono altri assurdi fatti che, se rettamente valutati, possono recare maggior danno e iattura a coloro cui furono fatti conoscere. È una cosa assolutamente riprovevole che gli stessi Giudei siano accolti nelle case dei Magnati con l’incarico di amministrare sia gli affari domestici, sia quelli economici (e ciò comporta il titolo di sovrintendente della casa), per cui trovandosi a coabitare in una stessa casa con i Cristiani, con pervicacia impongono e ostentano sopra di questi una sorta di dominio. Ormai, in verità, nelle città e nelle campagne non solo è dato vedere in ogni dove i Giudei frammisti ai Cristiani, ma si aggiunge l’assurdo che i primi per nulla si vergognano di tenere in cassa anche Cristiani di ambo i sessi addetti come famiglie al loro servizio. Inoltre gli stessi Giudei, essendo dediti all’esercizio della mercatura e dopo che in tal modo accumularono una grande somma di danaro, con la smodata pratica dell’usura prosciugano censo e patrimoni dei Cristiani: e benché essi prendano a prestito danaro dagli uomini Cristiani con pesante ed eccessivo tasso d’interesse e con la garanzia delle loro Sinagoghe, risulta chiaro ad ogni osservatore che quel prestito è da loro contratto per questa ragione: dopo aver ottenuto dai Cristiani una somma di danaro e dopo averla investita nell’attività commerciale, non solo da essa traggono tanto guadagno, quanto sarebbe bastevole ad estinguere il prestito ed insieme ad accrescere, in tal modo, le proprie ricchezze; ma nello stesso tempo quanti sono i loro creditori, altrettanti sono considerati Patroni delle loro Sinagoghe e di loro medesimi.

Il famoso monaco Radulfo, sospinto una volta da eccesso di zelo, a tal punto s’infiammò contro i Giudei che nel secolo dodicesimo, in cui visse, percorse la Gallia e la Germania e, predicando contro gli stessi Giudei, in quanto nemici della nostra Santa Religione. A tal segno infiammò anche i Cristiani che questi li distrussero fino allo sterminio: questo fu il motivo per cui i Giudei furono massacrati in gran numero. E cosa mai si ritiene che quel monaco farebbe o direbbe oggi se fosse tra i vivi, e se vedesse ciò che accade attualmente in Polonia? A questo eccessivo e furente zelo di Radulfo si oppose quel grande S. Bernardo, che nella sua Epistola 363, inviata al Clero e al Popolo della Gallia Orientale, così lasciò scritto: “Non si deve perseguitare gli Ebrei, non si deve ucciderli, e nemmeno cacciarli. Interrogateli circa le Divine pagine. Ho inteso la profezia che nel Salmo si legge circa i Giudei: Dio mi pose sopra ai miei nemici, dice la Chiesa, non perché li uccidessi, neppure quando si dimenticano del mio Popolo. Senza dubbio le vive scritture ci rappresentano la Passione del Signore. Perciò gli Ebrei sono dispersi in tutte le terre e, fin tanto che non avranno espiato la giusta pena per l’immane delitto, siano testimoni della nostra Redenzione”.

Poi, nell’epistola 365 ad Enrico, Arcivescovo di Magonza, così egli scrive: “Forse che ogni giorno la Chiesa non trionfa sui Giudei o convincendoli o convertendoli, e quindi con più frutto che se in un sol tratto e insieme li annientasse con la punta della spada? Forse che vanamente è stata composta quella universale preghiera della Chiesa che viene innalzata a favore dei perfidi Giudei, dall’alba fino al tramonto, affinché il Dio e Signore strappi il velame dai loro cuori, in modo che dalle loro tenebre siano condotti alla luce della verità? Se infatti fosse vana la speranza che essi, increduli quali sono, diverranno credenti, superfluo e vano parrebbe anche il pregare per essi”.

Contro Radulfo anche l’Abate cluniacense Pietro, nello scrivere a Ludovico Re dei Franchi, lo esortò a non permettere che si compissero eccidi di Giudei. Al tempo stesso lo incitò a rivolgere l’attenzione verso di loro per i loro eccessi, e a spogliarli dei loro beni, carpiti ai Cristiani o accumulati con l’usura, e a trasferire il loro danaro in uso e beneficio della Santa Religione, come si può leggere negli Annali del Venerabile Cardinale Baronio “nell’anno di Cristo 1146”.

Noi pure, non meno in questa questione che in tutte le altre, abbiamo assunto la stessa norma di comportamento che tennero i Romani Pontefici Nostri Predecessori. Alessandro III, minacciando gravi pene, proibì ai Cristiani di prestare servizio continuato alle dipendenze di Giudei: “Non si offrano ai Giudei in assiduo servizio per alcuna mercede”. Il motivo di ciò è esposto dallo stesso Alessandro III con le parole che seguono: “Perché i costumi dei Giudei e i nostri non concordano affatto; gli stessi (ossia i Giudei) facilmente attraggono gli animi delle persone semplici alla loro perfida superstizione con la continua convivenza e con l’assidua familiarità”. Così si legge nel Decretale: “Ad hæc, de Judæis”.

Innocenzo III, dopo aver spiegato per qual motivo i Giudei erano accolti dai Cristiani nelle loro città, ammonisce che il metodo e la condizione di tale accoglienza devono essere regolati in modo che essi non ricambino il beneficio con il maleficio. “Coloro che per misericordia sono ammessi alla nostra familiarità, ci ripagano con quella ricompensa che erano soliti offrire ai loro ospiti, secondo un proverbio popolare: un sorcio in bisaccia, un serpente in grembo e fuoco nel seno”.

Lo stesso Pontefice, aggiungendo che è conveniente che i Giudei siano asserviti ai Cristiani e non già che questi prestino orecchio a quelli, così prosegue: “Che i figli di una donna libera non siano al servizio dei figli di un’ancella, ma come servi riprovati da Dio, in quanto tramarono crudelmente per farlo morire, si riconoscano almeno servi di coloro che la morte di Cristo rese liberi, e quelli servi per effetto del loro operato”. Queste parole si trovano nel suo Decretale: “Etsi Judaeos”. In altri Decretali ancora: “Cum sit nimis” sotto lo stesso titolo “De Judaeis et Saracenis” affinché i Giudei non siano assunti in pubblici impieghi, prescrive: “Sia vietato preferire i Giudei in pubblici uffici, poiché in tale veste sono dannosi, ai Cristiani soprattutto”.

Anche Innocenzo IV, mentre scriveva al Santo Ludovico Re dei Franchi che aveva intenzione di espellere i Giudei dai confini del suo Regno, approva una tale decisione poiché essi non rispettavano affatto quelle disposizioni che erano prescritte dalla Sede Apostolica nei loro confronti: “Noi, con tutti i nostri sentimenti aspirando alla salute delle anime, concediamo a Te, con l’autorità dettata dalle circostanze, la facoltà di cacciare i predetti Giudei o per opera tua o di altri, soprattutto perché non rispettano (come ci risulta) gli Statuti promulgati contro di essi dalla predetta Sede”. Così si legge presso Rainaldo (Anno di Cristo 1253, n. 34).

Se poi si chiede quali siano quelle cose che dall’Apostolica Sede sono proibite ai Giudei che vivono dentro le stesse città in cui abitano i Cristiani, diciamo che si permettono ad essi quelle stesse facoltà che oggi nel Regno di Polonia sono loro concesse e che da noi sono esposte più sopra. Evidentemente per acquisire tale verità non vi sarà bisogno di una vasta lettura di libri. È sufficiente scorrere il titolo dei Decretali “De Judaeis et Saracenis”, dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: Nicola IV, Paolo IV, San Pio V, Gregorio XIII e Clemente VIII. Le Costituzioni sono disponibili nel Bollario Romano. Voi infatti, Venerabili Fratelli, per comprendere chiaramente tali questioni non avete neppure la necessità di affrontare l’impegno della lettura. Vi soccorrono tutte le prescrizioni e le decisioni prese nei Sinodi dei vostri predecessori; poiché essi certamente non omisero di inserire nelle loro Costituzioni tutte quelle disposizioni che – per quanto riguarda l’attuale materia – furono sancite ed ordinate dai Romani Pontefici.

Tuttavia il colmo della difficoltà consiste in ciò che o la memoria delle Sanzioni Sinodali dilegua, o viene negletta l’esecuzione di esse. Su di voi, pertanto, Venerabili Fratelli, incombe l’onere di rinnovarle. Ciò richiede la natura del vostro ufficio: che insistiate con solerzia nell’applicazione di esse. In questa impresa, com’è bene e giusto, cominciate dagli uomini Ecclesiastici, per i quali è doveroso mostrare agli altri la via comportandosi rettamente, e con l’esempio far luce ad altri ancora. Per grazia della Divina pietà, a Noi giova sperare che il buon esempio degli Ecclesiastici ricondurrà sul retto sentiero i Laici che si sono sviati. Invero, quelle disposizioni da voi poterono essere accolte e annunciate tanto più facilmente e fiduciosamente in quanto (in base al contributo recato da affidabili e capaci informatori) mi giunse notizia che nè i vostri beni nè i vostri diritti sono stati da voi concessi in appalto ai Giudei; che nessun affare intercorra con essi, nè quello di dare danaro in prestito nè quello di riceverlo; in breve che Voi siate del tutto liberi e immuni da ogni traffico con essi.

Il criterio e il metodo prescritti dai Sacri Canoni per esigere dai ribelli la dovuta obbedienza nei processi, consistono nell’applicare le Censure, e nel provvedere inoltre che tra i casi riservati siano da ascrivere anche coloro che si suppone possano minacciare uno scisma religioso. Certamente vi è noto che il Sacro Concilio Tridentino provvide alla stabilità della vostra giurisdizione allorché a Voi stessi attribuì il diritto d’intervento in casi riservati; nè quei casi restrinse soltanto ai pubblici delitti, ma li estese e li ampliò anche ai più gravi ed atroci, perché non siano soltanto affari privati. Più volte dunque dalle Congregazioni di questa nostra alma Urbe, in vari Decreti e in Lettere Encicliche, fu deciso e deliberato che fra i casi più gravi ed atroci si dovessero annoverare quelli verso cui gli uomini sono più proclivi, e che sono il flagello sia della disciplina Ecclesiastica che della salute delle Anime affidate alla cura del Vescovo; come Noi abbiamo diffusamente dimostrato nel nostro trattato “De Synodo Diocesano” (Lib. 5, cap. 5).

A questo fine non sopporteremo che da parte Nostra si faccia desiderare cosa che sia d’aiuto per Voi, e per risolvere le difficoltà che senza dubbio incontrerete se Voi dovrete procedere contro quegli Ecclesiastici che si sono sottratti alla Vostra giurisdizione. Noi al Venerabile Fratello Arcivescovo di Nicea e costà Nostro Nunzio abbiamo assegnato gli opportuni incarichi circa la stessa questione, perché prenda i necessari provvedimenti nei limiti delle facoltà a lui attribuite. Ad un tempo vi promettiamo che Noi, quando si presenterà l’occasione, non tralasceremo di trattare questa questione anche con coloro che possono fare in modo che dal nobile Regno Polacco siano cancellate una macchia e una ignominia di tal natura. Inoltre voi, Venerabili Fratelli, invocate anzitutto la protezione da Dio, che è l’artefice di ogni bene, con la più fervente commozione del cuore. E ancora da Lui implorate con le vostre preci l’aiuto per Noi e per questa apostolica Sede.

Mentre vi abbracciamo con pienezza di carità, amorevolmente impartiamo alle Vostre Fraternità e ai Greggi affidati alle Vostre cure l’Apostolica Benedizione.

Dato da Castel Gandolfo, il giorno 14 giugno 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato. »

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