SULLA QUESTIONE “ROM”

novembre 14th, 2009

Rom: i più perseguitati d’Europa

“Francesco”

 L’art. 27 della Costituzione Italiana, già disatteso nella parte in cui dice che le pene devono rieducare e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, viene in gran parte ignorato nel nostro paese anche nel primo comma, quello che dice che “La responsabilità penale è personale”. Il concetto infatti vale soltanto se il sospettato di un reato è un italiano “comune”, mentre non si applica se è un immigrato, tanto meno se è un Rom.

Quello che è accaduto in questi giorni a Teramo è un fatto molto grave che dimostra purtroppo come l’Italia sia diventata un paese profondamente razzista, soprattutto nei confronti dei Rom. Un uomo è stato ucciso in una rissa e i presunti colpevoli sono tre giovani Rom, tra l’altro cittadini italiani come noi. Ora non c’è alcun dubbio che se i tre sono colpevoli debbano essere perseguiti e condannati, due di loro sono già stati arrestati, ma la loro etnia non ha la benché minima rilevanza penale. Invece i quotidiani e i telegiornali si sono preoccupati di informare il pubblico sulla loro origine etnica, e il pubblico ha organizzato una spedizione punitiva contro il quartiere dove abitano molti Rom. I quali oggi, giustamente, protestano contro questa manifestazione di profondo razzismo. 

La persona che commette un reato non lo commette in nome della sua etnia o del suo gruppo sociale, lo commette a titolo personale, e infatti personalmente verrà perseguito e punito. Il fatto che i mezzi d’informazione dicano che un presunto colpevole è Rom, romeno, africano o quant’altro è segno di un grave atteggiamento razzista. La stessa cosa è accaduta per anni nel Nord Italia e anche sui mezzi d’informazione nazionale per quanto riguarda i meridionali. Un atteggiamento irresponsabile che alimenta il razzismo e infatti nel Nord ha fondato la fortuna politica della Lega. 

Il contrario eppure non avviene, non si dà lo stesso spazio alle notizie quando la ’ndrangheta uccide giovani rom, nè quando sono gli italiani che violentano o uccidono immigrati. Il presunto rapimento di una bambina a Ponticelli, a Napoli, da parte di una presunta giovane rom, che scatenò l’assalto incendiario contro il vicino campo nomadi, era una montatura della Camorra locale a cui i media hanno subito abboccato. 

 In decenni di indagini e sospetti, nessun rom è mai stato condannato per rapimento di bambini, mentre molti bambini rom sono stati sottratti dallo stato italiano alle madri, quasi sempre ingiustamente. Quella dei rapimenti è una leggenda nera a cui molta gente crede, basata sul nulla. I nomadi non rapivano bambini nemmeno nel medioevo, al massimo raccoglievano orfani e vagabondi. Questo diffuso razzismo contro i rom viene accettato da tanti anche se è assimilabile all’antisemitismo più odioso: i Rom infatti, come gli ebrei, furono perseguitati e sterminati dai nazisti, anche loro furono vittime dell’olocausto e un numero enorme di loro, da mezzo milione a 1 milione e mezzo, morirono nei campi di sterminio. 

 I Rom, come gli ebrei, vivono in Europa da secoli e sono cittadini europei come lo siamo noi. E’ vero che esiste un problema sociale, che però non riguarda tutti i nomadi, molti dei quali sono integrati nella società del paese in cui vivono, visto che parecchi lavori che i rom hanno fatto per secoli, dalle giostre all’artigianato al commercio dei metalli, sono quasi impossibili o molto limitati nel mondo moderno. Per questo motivo gli stati dovrebbero occuparsi di integrare nel tessuto sociale questa parte di popolazione, un compito non certo impossibile visto che in fondo si tratta di un numero relativamente limitato di persone. Invece lo stato italiano e le autorità locali non fanno altro che scacciare i nomadi continuamente, distruggendo i loro campi, e gli unici che li aiutano sono alcune organizzazioni private volontarie. Di conseguenza i “nomadi” (che è un termine scorretto perché moltissimi sono stanziali) finiscono per essere tali semplicemente perché non hanno altra scelta. Evitare situazioni di degrado sarebbe invece la prima cosa da fare per limitare la criminalità. 

 Già più volte l’ONU e l’Unione Europea hanno censurato l’Italia per il diffuso razzismo contro i Rom, sia a livello politico che a livello sociale, ma la situazione non fa che peggiorare. E molti decenni dopo l’olocausto, ora che gli ebrei sono molti meno di un tempo e in pratica indistinguibili dalla popolazione generale, i nomadi sono probabilmente il gruppo etnico più perseguitato d’Europa, e sicuramente quello più perseguitato qui in Italia.

 13 novembre 2009

 http://www.agoravox.it/attualita/cronaca/article/rom-i-piu-perseguitati-d-europa-10712

LA MEMORIA NUTRISCE BENE

novembre 13th, 2009

I fondi per l’Olocausto? Finiscono in cene e hotel

 Stefano Filippi

 

La bella vita degli ex amministratori rossi di Cremona sta in un dossier messo assieme dalla nuova giunta di centrodestra. Viaggi, ristoranti (conti da 800 euro alla volta), taxi, regali: tutto a spese della provincia e catalogato sotto una voce che evoca l’orrore della guerra. I « viaggidella memoria ». Sono le visite delle scolaresche sui luoghi della follia nazista. Auschwitz, Ravensbrück, Berlino, e non solo: la vecchia giunta di centrosinistra aveva allargato il giro includendo mete dal sapore più turistico come la Normandia, teatro dello sbarco alleato, e Cefalonia, isola greca dove l’esercito tedesco sterminò la Divisione Acqui.

Negli istituti del Cremonese sono stati organizzati vari viaggi della memoria negli ultimi anni. Alle spalle c’era il Comitato per la difesa e lo sviluppo della democrazia. Che raccoglieva un sacco di soldi: quasi 400mila euro dal 2005 al 2009. Mane destinava alle trasferte degli studenti molto meno della metà. Il resto dove finiva? A pagare le scampagnate degli amministratori provinciali.

Il personaggio chiave è il presidente uscente Giuseppe Torchio, ex deputato dc passato alla Margherita. Da numero uno della Provincia di Cremona finanziava il  Comitato per la democrazia: 103mila euro. E chi è il presidente del Comitato? Lo stesso Torchio. Egli dunque finanziava sé medesimo. Ma il Comitato riceveva altri sostegni: secondo la ricostruzione della nuova giunta, intesta c’è la formigoniana Regione Lombardia (250mila euro), segue la Provincia di Cremona, quindi Fondazione Cariplo e Unione europea. Intutto, appunto, 400mila euro scarsi.

Di questi denari, il 54percento è finito a coprire costi diversi dall’organizzazione delle gite studentesche: con 92mila euro è stato pagato il personale del Comitato (la coordinatrice Ilde Bottoli e una sua collaboratrice); altri 90mila euro sono serviti per coprire spese varie «di rappresentanza dell’amministrazione provinciale (ristoranti, hotel, viaggi in taxi, stampe, regali)»: così è scritto in una lettera che il neopresidente della Provincia, Massimiliano Salini, ha inviato ai presidi delle scuole. Ulteriori 26mila sono andati all’Apic, cioè l’Associazione di promozione delle iniziative culturali della Provincia di Cremona. Manco a dirlo, il presidente dell’Apic era Torchio.

Dunque, la giunta Torchio finanziava un comitato presieduto daTorchio, il quale a sua volta girava parte dei fondi a un’associazione guidata ancora da Torchio e saldava spese di rappresentanza dell’amministrazione Torchio. Ma nemmeno i soldi restanti (meno della metà) andavano tutti alle famiglie degli studenti in viaggio. Una parte in fatti sovvenzionava le delegazioni della vecchia amministrazione sui luoghi della memoria. Per esempio, il viaggio in Normandia del 2007 di 7 persone: Torchio, un addetto stampa della provincia, un autista, quattro giornalisti. O la trasferta a Cefalonia del 2008 dell’assessore provinciale al turismo. O ancora la visita della primavera scorsa a Strasburgo di quattro persone: ancora Torchio con il suo vice, un assessore e un consigliere provinciale.

Quanto restava ai veri destinatari dei viaggi della memoria, cioè gli studenti delle scuole superiori cremonesi? Le briciole. Uno scandalo. Ma quando Massimiliano Salini, fresco presidente Pdl della Provincia di Cremona, ha osato l’inosabile tagliando i fondi alle vestali della Resistenza, è stato travolto dalle polemiche. Guai sforbiciare i finanziamenti al Comitato per la democrazia. «Notiamo esigenze nuove che fino a pochi anni fa nonesistevano -ha spiegato l’assessore provinciale alle politiche sociali Silvia Schiavi (Lega Nord) -.Mi riferisco ai bisogni e alle necessità di molte famiglie che si trovano in condizioni disagiate. Riteniamo doveroso recuperare risorse e destinarle a progetti provinciali a favore della nostra gente».

Salini è stato tacciato di leso antifascismo. Politici locali di centrosinistra, sindacati,docenti,reduci: tutti contro la giunta provinciale targata Pdl-Lega. Tra i più irritati c’è ovviamente Torchio, sconfitto a giugno dal giovane (36 anni) outsider.  «Cadrà la possibilità di realizzare nel nostro territorio i percorsi scolastici e gli stessi corsi di perfezionamento, riconosciuti ai massimi livelli, per le guide e gli accompagnatori dei ragazzi in questi viaggi», si è lamentato Torchio. La pacchia è finita.

«Noi vogliamo semplicemente ricondurre alle originarie finalità un’importante iniziativa culturale ed educativa – ha replicato Salini -. Protagonisti di queste iniziative devono essere gli studenti, guidati dai loro docenti». Comitati vari e rappresentanze politiche «possono risultare in molti casi elementi estranei». Come dire: i viaggi della memoria si potranno ancora fare, ma senza il Comitato per la difesa della democrazia come tour operator.

 Il Giornale 2 novembre 2009

ITALIA, PAESE SCHIAVO

novembre 13th, 2009

Dopo il verdetto su Abu Omar


Un colpo mortale alla democrazia

 Sergio Finardi

  [...].
Dall’episodio emergono tre cose: a) l’Italia è un paese satellite degli Stati Uniti e in materia di sicurezza, servizi segreti e militari, non ha nessuna indipendenza e autorità, nemmeno sul suo territorio, quando il grande fratello parla ; 2) sono esattamente 55 anni che nessun governo, di destra o di sinistra che sia, vuole dire agli Italiani cosa cavolo ci sia scritto nel primo degli accordi «segreti» firmato dal governo italiano nel secondo dopoguerra in violazione della Costituzione; 3) Barak Obama, Hillary Clinton e la loro amministrazione si comportano – nelle materie in cui è coinvolta la Cia e l’apparato militare statunitense, si tratti di rapimenti e torture o dell’omicidio di Calipari e il ferimento di Giuliana Sgrena – esattamente come Bush e stanno facendo di tutto per salvare dai loro crimini apparati di sicurezza e apparati militari e negare il diritto alla giustizia di coloro che sono stati rapiti durante le operazioni illegali ordinate da Clinton prima e da Bush poi. 
Essendo tra coloro che hanno contribuito dal 2004 a svelare nei dettagli le operazioni delle «extraordinary renditions» in Italia e nel resto del mondo e a fornire tali informazioni alle inchieste europee e internazionali, sono profondamente convinto che la strada della democrazia – per quel che ne resta nei fatti e non nelle chiacchiere, in Europa come negli Stati Uniti – passi attraverso la battaglia incompiuta per l’eliminazione dei legami e degli accordi segreti che permettono ad apparati degli Stati e ai gruppi esterni che li controllano di agire in perfetta immunità nella preparazione e nell’esecuzione di politiche mai decise dagli organi elettivi di quegli Stati.
I «misteri di Stato» che da decenni avvelenano la politica statunitense ed europea sono il Muro mai abbattuto – e, più gravemente, che non si è mai seriamente combattuto per abbattere – del mondo «occidentale». Un muro che separa la politica delle marionette visibili da quella dei tanti gruppi differenti ma concomitanti che hanno disegnato la strategia della tensione nell’Europa degli anni 70, gli assassinii di Moro e di Ambrosoli e di loro corrispettivi statunitensi, la P2 e le sue contemporanee espressioni governative, la guerra in Iraq e in Afghanistan, la «guerra al terrore».
Non esiste qualcosa come la «democrazia segreta», nel segreto c’è solo la morte della democrazia.

«Punto 17: Controllo popolare della politica estera. La diplomazia segreta venga abolita. Associazione dei popoli organizzata democraticamente». È scritto nel programma del partito Socialdemocratico svedese, era l’anno 1920.

Il Manifesto, 7 novembre 2009

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20091107/pagina/09/pezzo/264182/?tx_manigiornale_pi1%5BshowStringa%5D=Pollari&cHash=4a1f196d5a

VITTORIA DI PALLAVIDINI

novembre 9th, 2009

PALLAVIDINI E I MASS MEDIA: DAL LINCIAGGIO  DEL 2007 ALL’ASSORDANTE SILENZIO DEL 2009.

di Claudio Moffa

 Nel gennaio 2007 il caso Pallavidini rimbalzò da Torino su tutti i media nazionali: il professore torinese venne linciato e l’autorità amministrativa scolastica si mosse al seguito dello strapotere dei media, ormai quasi diventati il primo potere della nostra poco democratica Repubblica. L’ispettore ministeriale tallonò il docente e appena due giorni dopo lo “scandalo” – l’aver il docente criticato, in risposta a una domanda di una studentessa, l’uso politico della Giornata della Memoria da parte di Israele – lo sottopose a interrogatorio, primo passo del calvario che lo avrebbe portato alla perizia psichiatrica e poi al sanzionamento da parte del MIUR di Fioroni. Eppure la risposta di Pallavidini alla sua allieva era argomento non diverso da quelli de L’Industria dell’Olocausto di Norman Finkelstein, il figlio di deportati ad Auschwitz odiato dai suoi correlegionari per aver scritto il vero, esattamente come Ariel Toaff;  né diverso da quanto detto qualche anno fa, sul Jerusalem Post, dalla giornalista israeliana Amira Hass.

Furono in effetti i mass media a decidere della sorte di Pallavidini, tanto che nella sua relazione l’ispettore addusse come “prove” gli articoli “della Stampa” (sic, con la maiuscola).  Furono i mass media a processarlo al posto dei Giudici: come i parlamentari di Tangentopoli, e come in tutti gli altri casi di ordinario totalitarismo scolastico e universitario. Il caso Faurisson a Teramo, dove quel che accadde il 18 marzo 2007 e dopo, fu la velenosa conseguenza degli attacchi furibondi, falsi e diffamatori de L’Unità; il caso Valvo, 5 mesi e passa di sospensione per aver fatto l’insegnante di via Ripetta qualche battuta sui viaggi ad Auschwitz – uno spreco di denaro pubblico, come raccontato recentemente in una cronaca da Cremona – ma non in aula bensì nel Consiglio di classe; il caso Caracciolo esploso a freddo – senza cioè alcuna nuova notizia che desse una vera giustificazione al lancio mediatico ­ a fine settembre scorso grazie a Repubblica; il caso Valvo bis, con un velenosissimo trafiletto ancora del quotidiano di Mauro in cui si ricordava – di nuovo assolutamente a freddo, come nel quadro di una strategia preordinata – che il docente aveva avuto più di cinque mesi di sospensione.

 Prima  i mass media dispongono, e poi l’ “autorità” impone la “sua” legge: vedi Alemanno,  che uno ormai si chiede se sia lui il sindaco – quando non avendo alcun potere e autorità per intervenire, pretende di cacciare il “negazionista” di turno dalla scuola o dall’Ateneo ­ e non qualcun altro di cui egli è solo il portavoce.

 Un silenzio che paradossalmente mette in luce l’importanza della notizia

 Ora però, improvvisamente, i giornali tacciono. Pallavidini ha vinto la causa – abolizione della sanzione, restituzione dello stipendio tolto, riconferimento dello scatto di anzianità già toltogli, e risarcimento delle spese legali ­  ma la notizia è stata ripresa solo dalla Repubblica, e nella pagina della cronaca locale. E  attenzione, in una pagina web graficamente confusa quasi se ne volesse nascondere sia l’autrice (il cui nome è al maschile sul sito), sia persino il giornale che lo ospita: infatti almeno fino a ieri l’articolo non era leggibile tramite normale cliccaggio del titolo del richiamo sulla prima schermata, ma in una colonna a destra, senza titolo tranne un generico “link correlati”: link con che cosa, con qualche altro sito? Chiunque non sia un lettore torinese de La Repubblica, con la possibilità di verificare il cartaceo, potrebbe porsi la domanda.

L’assordante silenzio dei mass media sul “caso Pallavidini alla rovescia” è peraltro indice che la notizia della sentenza del giudice Daniela Paliaga – esperta di mobbing, a leggere altre sue sentenze sulla rete – è molto importante. E’ importante, perché – a parte la più antica e specifica vicenda Damiani – quello di Pallavidini è stato il primo caso della serie liberticida nel mondo dell’insegnamento, che sarebbe proseguita con Faurisson-Teramo, con Valvo, le insegnanti di Verona, la maestra di Livorno e oggi con Caracciolo: casi differenti ma tutti sollevati senza alcun distinguo sempre dal medesimo “furore totalitario” che, in diverse salse e con diversi contenuti (non c’è solo la annosa questione Israele), pretende di imporre una verità di stato su argomenti storici perciostesso sempre discutibili: che si tratti della prima o della seconda guerra mondiale, della religione cristiana o di quella musulmana o ebraica.  

Pallavidini fu il primo ad essere colpito, e il suo caso a dar vita al primo procedimento giudiziario. Il suo è il primo procedimento giudiziario a ben concludersi, sia pure solo in primo grado. Comunque un passo in avanti notevole, una inversione di tendenza rispetto al clima di paura che l’Inquisizione del III millennio (di Inquisizione parlò anche Sergio Romano, l’autore contestato di una Lettera a un amico ebreo di una decina di anni fa, in un articolo sul Corriere) incute persino nel mondo dei bloggers e delle ali estreme dello schieramento politico, dove prevale spesso l’autocensura e il vittimismo perdente.

Le reazioni prevedibili

Tutto questo non vuol dire affatto che la vicenda sia conclusa: la partita è grossa, e perciò ecco le possibili reazioni alla sentenza Paliaga.

 1) Innanzitutto la risposta mediatica alla diffusione della notizia: come da alcuni commenti anonimi su Come Don Chisciotte che ha ospitato la mia intervista a Pallavidini, si sottolineeranno sicuramente le posizioni, le frasi, le battute più o meno fasciste di Pallavidini e dunque il terribile possibile connubio rosso­bruno. E’ un déjà vu a fini di disorientamento del lettore, che gira da quasi vent’anni. Guerra contro la Jugoslavia, Milosevic è come Hitler e dunque chi lo difende è un rosso­bruno o un nazista. Guerra contro l’Iraq, anche Saddam Hussein è come Hitler, e nei cortei e negli appelli pro iracheni ci sono alcuni “antifascisti” che danno la caccia ai giovani di destra unitisi alle manifestazioni: per loro non è importante fermare la guerra – viene anzi il dubbio che siano a favore – era forse più importante che attraverso la denuncia di quella contaminazione, si diffamasse e si delegittimasse la solidarietà con l’Iraq.  Ancora: appello pro Jurgen Graf del 1995 promosso dal sottoscritto, con firme di storici e docenti liberali (Di Nolfo), di destra (Cardini) e di sinistra ed ecco che il linciaggio liberticida di un quotidiano “comunista” parla appunto di “rosso bruni”.

Insomma, il gioco è evidente: si “lavora” sulla dialettica fascismo­antifascismo, per cominciare a delegittimare la giusta lotta in difesa o della pace  o della libertà di parola, di opinione e di insegnamento. Peccato però che questa dialettica ha poco senso oggi: la lotta contro il razzismo, per la pace, per la democrazia e per tutti i valori iscritti nella nostra Costituzione – fermo restando che storicamente parlando anche nella Resistenza c’erano Poteri forti, eccome: Cefis non era Mattei – passa per il confronto con ben altri Poteri, quelli di cui al dibattito diffuso non solo in rete, su massonerie, circoli e club di potenti, sionismo, P2, dirigismo europeo.  

E attenzione, si noti la tecnica su internet: la tecnica in rete è quella delle piccole gocce per tentare di scatenare poi il fiume della diffamazione o arginare il possibile consenso. Il piccolo insulto, la battutina velenosa di mezza riga: così sono la maggior parte dei falsi dibattiti su internet. Falsi perché questi dibattiti, anonimi, sono condotti o da una stessa persona con più nicknames, o da gruppi di bloggers che si sentono “eletti” alla grande battaglia contro il fascismo e il nazismo. Falsi perché una battuta non è un argomento, è solo un momento tattico di una diffamazione e di un attacco già pianificati a tavolino: si pensi alla polemica contro la CGIL fatta da Pallavidini, o al suo accenno critico alla riforma scolastica, o al suo richiamo a Gentili: sono tutte questioni che stanno anche dentro il DNA della sinistra critica. Di Gentile in termini positivi ne parlarono parecchi docenti di sinistra una decina di anni fa per denunciare la falsa autonomia universitaria della riforma Berlinguer (un discorso analogo vale per le scuole con l’autoritarismo e l’invasività crescente del direttore d’Istituto e dell’organo collegiale, sul docente in quanto singolo trasmettitore di sapere). La critica alla CGIL è stata pane quotidiano della sinistra non solo estrema, almeno fin dall’autunno caldo.  

2) Seconda reazione prevedibile: si cercheranno in tutti i modi rivalse su altri terreni e in altri casi: si monteranno altri scandali mediatici, si devierà l’attenzione su altri problemi collaterali (trasformare hic et nunc il caso Pallavidini in un dibattito per altro utile e necessario su internet?)  

3) Si lavorerà sul piano giudiziario, fin da subito, e in due modi: il primo, cercando di far pressioni sulla coraggiosa magistrata Daniela Paliaga. Proprio Repubblica ha accennato in modo indiretto alla questione, ricordando che della sentenza si conosce solo il dispositivo e che bisognerà vedere se nelle motivazioni la Giudice argomenterà solo in termini procedurali o anche nel merito. Come dire: “speriamo” che la causa sia stata vinta da Pallavidini solo per vizi procedurali, che indubbiamente ci sono stati (qualche riferimento nei documenti sul sito www.21e33.it), non per questioni di merito.  

Ma attenzione, innanzitutto c’è merito e merito: per chi scrive non è giusto che un giudice entri nel merito del dibattito storiografico o politologico – come nella sentenza del giudice inglese contro Irving – dicendo cosa è vero e cosa non è vero storicamente. È auspicabile invece che la Giudice – come in suo potere, ove ne riscontri gli elementi – entri nel merito del diritto alla libertà di opinione e insegnamento violate nei confronti di Pallavidini. Ma non c’è dubbio che, dati i tempi, persino una vittoria per meri vizi procedurali resterebbe tale. Il pericolo maggiore viene invece dal possibile ricorso in appello dell’autorità scolastica provinciale e regionale. Ma qui la palla passa al governo di centrodestra e ai suoi equilibri politici, visto che il resistente è  il MIUR e le sue articolazioni. Un problema tutto aperto, su cui converrebbe non far calare l’attenzione dell’ “opinione pubblica”, ma anzi rispondere colpo su colpo alla contropropaganda che già sta girando in rete.  

Qualche tempo fa il Presidente del Consiglio Berlusconi fece una battuta sui “cittadini normali” che non hanno le spalle forti per resistere alle malefatte di certa Giustizia italiana. Più che le spalle, Presidente, non hanno i soldi per affrontare cause comunque dispendiose per i magri stipendi dei docenti. Nel caso in oggetto, il professor Pallavidini meriterebbe di chiudere qui la partita, senza ulteriori strascichi giudiziari: e non solo per gli appena detti banali motivi di vita quotidiana, ma anche per una questione di contenuto importante che ha come protagonista proprio l’attività legislativa  politica del centrodestra.

 Un ricorso in appello da parte dell’Autorità amministrativa contro il prof. Pallavidini – “reo” di aver espresso una sua libera opinione, peraltro in risposta a una domanda di una sua studentessa – contrasterebbe infatti almeno due delle battaglie del centrodestra in questi ultimi anni, apparentemente contraddittorie e invece perfettamente coerenti: la prima è l’impegno a depenalizzare i reati di opinione, come nel caso della legge 85 del 2006 che ha ridimensionato la stessa legge Mancino; la seconda  è quella contro gli “eccessi” dei mass media, mascherati da “libertà di stampa” e di “opinione” e che invece risultano essere quasi sempre diffamazioni a mezzo stampa. Il caso Pallavidini rientra perfettamente, in modo rovesciato, in questo doppio binario: hanno cercato di tappargli la bocca addebitandogli di fatto un inesistente reato di opinione, mentre una campagna di stampa isterica e a briglie sciolte lo diffamava pesantemente creando il clima che lo avrebbe condotto all’insulto abominevole della perizia psichiatrica. Accanirsi contro di lui  – autore peraltro di diversi libri, fra cui uno prefatto da Remo Bodei – significherebbe smentire l’operato del governo in tutti e due i sopraddetti campi di battaglia, e abbandonare un “cittadino normale” – con i suoi 3600 volumi nella biblioteca di casa: non è questo un segnale da insegnante modello? ­ nelle fauci degli stessi o consimili Poteri forti che l’alleanza di centrodestra dice di voler contrastare a beneficio non dei soliti pochi, ma di tutto il popolo italiano.  

Claudio Moffa – 9 novembre 2009

  http://www.21e33.it

HIZB’ALLAH, ANNA FRANK, SIONISMO

novembre 8th, 2009

 

IZB’ALLAH , IL DIARIO DI ANNA FRANK E LA PROPAGANDA SIONISTA
di Dagoberto Husayn Bellucci
In ‘procinto’ di rientrare nella terra dei cedri apprendiamo dalle agenzie di 
stampa internazionali la decisione presa da una scuola libanese di censurare 
nientepopò di meno che “Il diario di Anna Frank” opera romanzata e noto falso 
storico che le istituzioni olocaustico-kippizzate del Sistema hanno elevato in 
tutto l’Occidente a “bibbia” della vulgata sterminazionista fin dalla metà 
degli anni Cinquanta.
Grazie a Dio esiste Hizb’Allah! E grazie a Dio in Libano e, in generale in 
tutto il mondo arabo e islamico, altrove rispetto alle paciose e kosherizzate 
anime belle occidental-ebraicizzate c’è chi riesce ancora a distinguere un 
testo storico ed un romanzo di valore da uno scarabocchio propagandistico di 
quarto livello.
Perchè, sia detto per inciso, il presunto, preteso e olodiffuso “diario” di 
Anna è un falso macroscopico creato per incrementare le ‘casse’ di 
multinazionali dell’editoria ebraica, le tasche del padre della “martire di 
Auschwitz” e soprattutto promuovere a livello emotivo-adolescenziale il mito 
dello sterminio ebraico ovvero la grande fola del “genocidio” di sei milioni di 
soggetti di razza e religione ebraica che da oltre sessant’anni tiene 
incatenato e genuflesso l’intero Occidente ai diktat, alle volontà ricattatorie 
e alle pretese monetaristiche della razza di vipere e sepolcri imbiancati 
ovvero la quintessenza di tendenze dissolutive manifestamente incarnata 
nell’ebraicità e nel vettore denominato “Israele”.
La controversia sul diario dell’ebrea olandese olodeportata semplicemente non 
esiste: quello scritto è un falso in tutto e per tutto! 
Come lucidamente e chiaramente evidenziato da Ditlieb Felderer questo testo 
non merita nè commenti nè critiche (1)
E la decisione intrapresa nei giorni scorsi dal Partito di Dio sciita filo-
iraniano risulta ‘conforme’ e oggettivamente qualificante (…si vede che gli 
amici libanesi ci ‘ascoltano’ e anche volentieri…). Nell’entità criminale 
sionista occupante la Palestina questa notizia ha ovviamente riempito le prime 
pagine dei quotidiani e le tv nazionali. Il “diario di Anna Frank” , tradotto 
per la prima volta in lingua araba e in farsi (iraniano), è l’espressione più 
lapalissianamente piagnona delle olocaustiche rivendicazioni sioniste.
Ottimo dunque che Hizb’Allah sia intervenuto nei confronti di una scuola 
privata inglese situata nella zona occidentale della capitale Beirut per 
impedire la diffusione delle cialtronate sterminazioniste che, come 
legittimamente riferisce un comunicato diffuso dai militanti sciiti, sono da 
pretesto per la promozione del sionismo e delle sue fandonie.
Non da oggi nel mondo arabo-islamico e in Libano esiste una attenta censura 
nei confronti di tutta la produzione olocaustico-giudaizzante con particolare 
riferimento anche alla contro-informazione prodotta dai canali televisivi 
nazionali della Siria riprodotti e ritrasmessi nel paese dei cedri 
dall’emittente islamica “al Manar” (Il Faro) che, in passato, aveva 
puntualmente deciso la trasmissione di una ‘fiction’ ispirata ai “Protocolli 
dei Savi Anziani di Sion” ovvero il programma di accampamento, usurpazione e 
governo mondiale degli ebrei che risulta assolutamente insindacabile alla luce 
degli avvenimenti storico-politici che, a partire dalla pubblicazione del testo 
in lingua russa con prefazione-introduzione di Sergeiy Nilus (1905) e fino alla 
rivoluzione sovietica (il golpe ebraico di Lenin) del ‘17 passando per i due 
conflitti mondiali scatenati dalla Sinagoga Mondiale contro il Vecchio 
Continente, determineranno l’instaurazione terroristica del sedicente “stato 
d’Israele”.
Come nel recente passato anche in questa occasione l’emittente televisiva 
legata al movimento di Nasrallah non si è tirata indietro trasmettendo un 
programma nel quale veniva aspramente criticato il volume-fandonia accusando i 
responsabili della scuola in questione di affrontare la questione della 
presunta “persecuzione” degli ebrei in modo assolutamente “drammatico e 
teatrale”, utilizzando materiale spurio e documenti falsi e soprattutto 
fornendo un quadro d’insieme che legittima e giustifica dinanzi all’opinione 
pubblica libanese le strategie sioniste.
Immediatamente un membro del consiglio scolastico, Jimmy Shoufani, ha 
dichiarato all’AFP che il testo è stato infine tolto dal programma didattico 
per evitare disordini e nuove polemiche. 
Nient’altro da aggiungere: il Libano non è l’Occidente kippizzato e 
sottomesso ai diktat della Sinagoga di Satana! 
“Il Libano , parafrasando il discorso tenuto da Sayyed Hassan Nasrallah - 
segretario generale di Hizb’Allah – in piazza Riad el Sohl , nel cuore della 
capitale libanese, l’8 marzo 2005  ”è differente! Il Libano è il Libano!”.
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA” 
Note -
1 – Ditlieb Felderer – “Il diario di Anna Frank : una frode” – ediz. “La 
Sfinge” – Parma 1990; Ecco come l’autore ne parla nel suo volume:
“Ci viene riferito che «inizialmente, la pubblicazione del Diario venne 
rifiutata da numerosi
editori» (Enc. Giudaíca, 7:54). Nonostantt ciò, la prima edizione olandese 
era apparsa già nel
1947 (L’Enciclopedia Brockhaus, 6:450, dà addirittura il 1946) con il titolo 
«Het Achterhuis» (il
retrocasa – Casa editrice Contact, Amsterdam).
Si racconta che un norvegese, il signor Thilo Schoder, di Kristiansand, aveva 
ricevuto il
manoscritto ORIGINALE dalla scrittice ebrea Annaliese Schütz, editrice del 
giornale berlinese
Die Neue Zeit. Dopo aver incontrato il signor Frank in Olanda, Schoder tornò 
in Norvegia con il
manoscritto ORIGINALE e cercò di farlo pubblicare, ma gli editori rifiutarono 
(Aftonbladet, 10
Febbraio 1957).
La prima traduzione, o piuttosto trascrizione tedesca (úbertragen 
trascrivere) apparve ad
Heidelberg nel 1949 (L’Enciclopedia Brockhaus, op. cit., dà la data del 1950, 
6a ed.: 1959), edita
da Lambert Schneider. La trascrizione era opera della summenzionata A. 
Schiitz (titolo
completo: Das Tagebuch der Anne Frank, 14 Giugno 1942-1 Agosto 1944; con una 
prefazione di
Marie Braun). La famosa casa editrice ebraica Fischer KG Frankfurt/am Main lo 
ripubblicò in
seguito. Nel 1955, uscì la 77a ristampa del testo, con una prefazione di 
Albrecht Goes. Anche
questa edizione era stata trascritta dalla Schiitz. La Nuova Enciclopedia 
Britannica, 4:279, ci
informa che la ragazza era nata il 12 Giugno 1929 a Francoforte sul Meno e 
che la prima
edizione inglese del suo Diario era uscita nel 1953. L’edizione Cardinal in 
nostro possesso
afferma
[14] però che il Díario di Anna Frank uscì per la prima volta in Inghilterra, 
nell’edizione
Doubleday, nel giugno 1952. Osservate come anche nei confronti della data di 
uscita del Diario
le fonti principali siano in contrasto tra loro. La prima edizione Cardinal 
comparve nell’ottobre
1953. La nostra copia (36a ristampa, Agosto 1963) ha una «prefazione» di 
George Stevens,
mentre l’«introduzione» e l’«epilogo» sono a cura di Eleonor Roosevelt. Il 
libro consta, in totale,
di 240 pagine. Sappiamo anche che, oltre ad Anneliese Schiitz, due altre 
persone ‘assistettero’ il
signor Frank: Isa e Albert Cauvern.
Si racconta che Anna Frank rnorì di tifo nel campo di concentramento di 
Bergen Belsen
nel marzo 194 5 (Enciclopedia giudaica, op. cít.: 53). Considerato che scopo 
dei nazisti era, si
dice, quello di sterminare gli ebrei, sembra piuttosto strano che la ragazza 
sia stata mandata
prima «a Westerbork» e poi (2 Settembre t 944) a Auschwitz-Birkenau; «nel 
Dicembre 1944
Anna arri vò a Bergen Belsen con sua sorella Margot» (Enciclopedia giudaica, 
op. cit.) – un
lungo tragitto da Auschwitz! Tutto quest’andirivieni da un lager all’altro è 
parecchio in
contraddizione con la teoria dello «sterminio» degli ebrei. È del tutto 
incomprensibile come, in
tempo di guerra, con i trasporti al collasso, si sia potuto decidere di 
sterminare un intero
popolo, trasportando i singoli individui in giro per l’Europa semidistrutta. 
Nel diario, Henk
stesso pare abbia detto che era impossibile che i Tedeschi avessero 
abbastanza treni a
disposizione (Feb. ‘44). Tutta la faccenda raggiunge il culmine del ridicolo 
quando si afferma
che Otto Frank, anziche essere «gasato», era stato «ospedalizzato» a 
Auschwitz (Enciclopedia
Britannica, op. cil.), sopravvivendo così allo «sterminio» del suo popolo! La 
logica ci suggerisce,
a questo punto, che i Tedeschi volevano che gente in buona salute venisse poi 
gasata.
La moglie di Otto Frank, invece, morì e lui si risposò con una certa 
«Fritzi».
Il libro è stato tradotto in parecchie lingue, e le varie edizioni 
differiscono parecchio l’una
dall’altra. Un’edizione svedese, a cura di Lars Hókerbergs BokfórIag, 
Stoccolma, apparve nel
1953. Un’edizione danese apparve nel 1956, e l’edizione norvegese Anne Franks 
dagbok uscì nel
1952; l’edizione finlandese Nuoren tytön päiväkirja è uscita nel 1955. 
L’edizione estone Anne
Franki päevík uscì nel 1958 (Eestí Nonkogude Entsüklopeedia, Tallin, 1970).
[15]
Mever Levin, già corrispondente in Spagna durante la Guerra Civile (1936-39) 
e poi
reporter dell’Agenzia Telegrafica Ebraica durante gli scontri con i 
Palestinesi (1945-46), è stato,
secondo l’Enciclopedia Giudaica «il primo scrittore a mettere in scena il 
Diario di Anna Frank
(1952)» (Vol. 11: 109). Se la causa intentata da Levin nei confronti di Otto 
Frank concernesse la
messa in scena del Diario resta un mistero, poiché non è possibile prendere 
conoscenza (lei
verbali dei processo; ad una lettera da noi indirizzata il 27 Aprile 1977 al 
padre di Anna Frank
(cfr. Fig. 2, Pag. 118) nella quale domandavamo chiarimenti circa questa 
faccenda, egli rispose
in un primo tempo affermando di essere disponibile a collaborare con noi 
(cfr. Fig. 7, pag. 124)
per poi rimangiarsi la promessa, affermando di non voler avere più niente a 
che fare con noi
(cfr. Fig. 4, pag. 120).
Negli Stati Uniti, la commedia di Frances Goodrich e Albert Hackett ispirata 
al Diario di
Anna Frank andò in scena a Broadway il 5 Ottobre 1955. Fu premiata con il 
Premio Pulitzer, il
New York Drama Critics Circle Award e l’Antoinette Perry Award.
Hackett era nato nel 1900; nel Modern World Drama (op. cit.) si spiega che 
«Hackett…
drammaturgo americano, era un giovane attore nel 1927, allorché cominciò a 
collaborare con
una attrice del New Jersey, Frances Goodrich (1890-1984). La Goodrich 
divorziò presto dal
marito, lo storico Hendrik Willern Van Loon, per sposare Hackett. Insieme, 
gli Hackett scrissero
un considerevole numero di soggetti cinematografici… Ma il loro lavoro più 
memorabile resta
l’adattamento teatrale del Diario di Anna Frank (1947), «il commovente 
racconto di una
ragazza ebrea assassinata (sic) in un campo di concentramento nazista, dopo 
essere vissuta per
due anni nascosta in una soffitta» (p.: 329). Nella stessa enciclopedia, 
troviamo più avanti:
«Diario di Anna Frank: commedia in due atti, messa in scena nel 1955 e 
pubblicata nel 1956.
Scenario: un magazzino in uno stabile di uffici al centro di Amsterdam, 1942-
45… La commedia,
così come il Diario, ha commosso il pubblico di tutto il mondo. In entrambi i 
lavori, è
tratteggiato il carattere di un’ebrea adolescente, costretta ad una vita 
difficile; e tutto è reso
ancor più drammatico dalla consapevolezza degli spettatori dei terribili 
eventi che si stavano
svolgendo al di fuori delle mura entro cui i perseguitati erano costretti a 
vivere e, nel contempo,
della terribile conclusione della loro avventura.
[16]
Pronto a lasciare Amsterdam dopo la fine della guerra, il signor Frank rende 
nota al
mondo l’esistenza del Diario della figlia. La scena si svolge nel 
nascondiglio che i Frank
occuparono dal luglio del ‘42 all’agosto del ‘44. Giunta nella soffitta-
nascondiglio, dove non si
poteva fare alcun rumore durante il giorno, Anna decide di considerarla una 
specie di luogo di
vacanza. La ragazza è fortemente attaccata al padre, è in perenne disaccordo 
con la madre e ha
un’avventiira romantica con un ragazzo timido, figlio degli amici del padre 
che li ospitavano
(sic). Si alternano gioie e dolori felicità e tristezza. Poco prima che il 
nascondiglio venga scoperto
dai nazisti, Anna descrive al fidanzato le bellezze della natura che le è 
concesso di vedere dal
piccolo lucernaio della soffitta» (p.: 207).
Rileviamo in questa descrizione due errori: in primo luogo, nel Diarío non 
viene mai
confermato il fatto ( lie non fosse concesso fare rumori di nessun tipo. 
Secondariamente, il
fidanzato di Anna, Peter Van Daan, non era figlio «degli amici del padre che 
li ospitavano» ma
figlio degli amici del padre che vivevano nello stesso nascondiglio.
Un’altra fonte importante riguardo a questa avventata messa in scena dei 
Diarío è
l’Enciclopedia McGraw Hill del Dramma Mondiale (vol.2:222).
Il 26 Ottobre 1956 vi fu, all’Intima Teatern di Stoccolma la «prima» della 
commedia.
Citiamo alcuni degli attori: Anna Frank = Harriet Andersson; Sig. Frank = 
Hans Straat, Signora
Frank = Isa Quensel, Signor Van Daan = Sigge Fürst, Signora Van Daan = Märta 
Dorff; Peter =
Bo Samuelson; Dussel = Gunnar Olsson (f/tonbladet, 27 Ottobre 1956:3).
In Danimarca, la commedia fu rappresentata per la prima volta a Alléscenen 
nel 1956 e al
Teatro Aalborg nel 1957 (Gyldendals store Opslagsbog, Vol. 2: 252). (3)
Nulla, probabilmente, ha fornito una scusa migliore ai sionisti per cacciare 
i Palestinesi
dalla loro patria, che la diffusione della ‘triste vicenda’ di Anna Frank. A 
milioni, infatti, gli
spettatori si sono commossi e hanno versato lacrime su questa commedia, 
peraltro piena di
distorsioni e falsità di ogni genere; i Tedeschi, e tutti coloro che li 
appoggiavano, vi sono trattati
come vere e proprie bestie feroci.”
(crf si consulti il seguente link che rimanda al sito dell’AAARGH nel quale è 
possibile consultare l’intero testo in questione in formato pdf : http://www.
vho.org/aaargh/fran/livres5/felderannit.pdf )

HIZB’ALLAH , IL DIARIO DI ANNA FRANK E LA PROPAGANDA SIONISTA

di Dagoberto Husayn Bellucci

In ‘procinto’ di rientrare nella terra dei cedri apprendiamo dalle agenzie di stampa internazionali la decisione presa da una scuola libanese di censurare nientepopò di meno che Il diario di Anna Frank opera romanzata e noto falso storico che le istituzioni olocaustico-kippizzate del Sistema hanno elevato in tutto l’Occidente a “bibbia” della vulgata sterminazionista fin dalla metà degli anni Cinquanta.

Grazie a Dio esiste Hizb’Allah! E grazie a Dio in Libano e, in generale in tutto il mondo arabo e islamico, altrove rispetto alle paciose e kosherizzate anime belle occidental-ebraicizzate c’è chi riesce ancora a distinguere un testo storico ed un romanzo di valore da uno scarabocchio propagandistico di quarto livello.

Perchè, sia detto per inciso, il presunto, preteso e olodiffuso “diario” di Anna è un falso macroscopico creato per incrementare le ‘casse’ di multinazionali dell’editoria ebraica, le tasche del padre della “martire di Auschwitz” e soprattutto promuovere a livello emotivo-adolescenziale il mito dello sterminio ebraico ovvero la grande fola del “genocidio” di sei milioni di soggetti di razza e religione ebraica che da oltre sessant’anni tiene incatenato e genuflesso l’intero Occidente ai diktat, alle volontà ricattatorie e alle pretese monetaristiche della razza di vipere e sepolcri imbiancati ovvero la quintessenza di tendenze dissolutive manifestamente incarnata nell’ebraicità e nel vettore denominato “Israele”.

La controversia sul diario dell’ebrea olandese olodeportata semplicemente non esiste: quello scritto è un falso in tutto e per tutto! Come lucidamente e chiaramente evidenziato da Ditlieb Felderer questo testo non merita nè commenti nè critiche (1). E la decisione intrapresa nei giorni scorsi dal Partito di Dio sciita filo-iraniano risulta ‘conforme’ e oggettivamente qualificante (…si vede che gli amici libanesi ci ‘ascoltano’ e anche volentieri…). Nell’entità criminale sionista occupante la Palestina questa notizia ha ovviamente riempito le prime pagine dei quotidiani e le tv nazionali. Il diario di Anna Frank , tradotto per la prima volta in lingua araba e in farsi (iraniano), è l’espressione più lapalissianamente piagnona delle olocaustiche rivendicazioni sioniste.

Ottimo dunque che Hizb’Allah sia intervenuto nei confronti di una scuola privata inglese situata nella zona occidentale della capitale Beirut per impedire la diffusione delle cialtronate sterminazioniste che, come legittimamente riferisce un comunicato diffuso dai militanti sciiti, sono da pretesto per la promozione del sionismo e delle sue fandonie. Non da oggi nel mondo arabo-islamico e in Libano esiste una attenta censura nei confronti di tutta la produzione olocaustico-giudaizzante con particolare riferimento anche alla contro-informazione prodotta dai canali televisivi nazionali della Siria riprodotti e ritrasmessi nel paese dei cedri dall’emittente islamica Al Manar (Il Faro) che, in passato, aveva puntualmente deciso la trasmissione di una ‘fiction’ ispirata ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion ovvero il programma di accampamento, usurpazione e governo mondiale degli ebrei che risulta assolutamente insindacabile alla luce degli avvenimenti storico-politici che, a partire dalla pubblicazione del testo in lingua russa con prefazione-introduzione di Sergeiy Nilus (1905) e fino alla rivoluzione sovietica (il golpe ebraico di Lenin) del ‘17 passando per i due conflitti mondiali scatenati dalla Sinagoga Mondiale contro il Vecchio Continente, determineranno l’instaurazione terroristica del sedicente “stato d’Israele”. Come nel recente passato anche in questa occasione l’emittente televisiva legata al movimento di Nasrallah non si è tirata indietro trasmettendo un programma nel quale veniva aspramente criticato il volume-fandonia accusando i responsabili della scuola in questione di affrontare la questione della presunta “persecuzione” degli ebrei in modo assolutamente “drammatico e teatrale”, utilizzando materiale spurio e documenti falsi e soprattutto fornendo un quadro d’insieme che legittima e giustifica dinanzi all’opinione pubblica libanese le strategie sioniste.

Immediatamente un membro del consiglio scolastico, Jimmy Shoufani, ha dichiarato all’AFP che il testo è stato infine tolto dal programma didattico per evitare disordini e nuove polemiche. Nient’altro da aggiungere: il Libano non è l’Occidente kippizzato e sottomesso ai diktat della Sinagoga di Satana! ”Il Libano , parafrasando il discorso tenuto da Sayyed Hassan Nasrallah - segretario generale di Hizb’Allah – in piazza Riad el Sohl , nel cuore della capitale libanese, l’8 marzo 2005  ”è differente! Il Libano è il Libano!”.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI — DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA” 

Note -1 – Ditlieb Felderer – Il diario di Anna Frank : una frode – ediz. “La Sfinge” – Parma 1990; Ecco come l’autore ne parla nel suo volume:
“Ci viene riferito che «inizialmente, la pubblicazione del Diario venne rifiutata da numerosi editori» (Enc. Giudaíca, 7:54). Nonostantt ciò, la prima edizione olandese era apparsa già nel 1947 (L’Enciclopedia Brockhaus, 6:450, dà addirittura il 1946) con il titolo «Het Achterhuis» (il retrocasa – Casa editrice Contact, Amsterdam). Si racconta che un norvegese, il signor Thilo Schoder, di Kristiansand, aveva ricevuto il manoscritto ORIGINALE dalla scrittice ebrea Annaliese Schütz, editrice del giornale berlinese Die Neue Zeit. Dopo aver incontrato il signor Frank in Olanda, Schoder tornò in Norvegia con il manoscritto ORIGINALE e cercò di farlo pubblicare, ma gli editori rifiutarono  (Aftonbladet, 10 Febbraio 1957). La prima traduzione, o piuttosto trascrizione tedesca (übertragen = trascrivere) apparve ad Heidelberg nel 1949 (L’Enciclopedia Brockhaus, op. cit., dà la data del 1950, 6a ed.: 1959). Si racconta che Anna Frank rnorì di tifo nel campo di concentramento di Bergen Belsen nel marzo 194 5 (Enciclopedia giudaica, op. cit.: 53). Considerato che scopo dei nazisti era, si dice, quello di sterminare gli ebrei, sembra piuttosto strano che la ragazza sia stata mandata prima «a Westerbork» e poi (2 Settembre t 944) a Auschwitz-Birkenau; «nel Dicembre 1944 Anna arri vò a Bergen Belsen con sua sorella Margot» (Enciclopedia giudaica, op. cit.) – un lungo tragitto da Auschwitz! Tutto quest’andirivieni da un lager all’altro è parecchio in contraddizione con la teoria dello «sterminio» degli ebrei. È del tutto incomprensibile come, in tempo di guerra, con i trasporti al collasso, si sia potuto decidere di sterminare un intero popolo, trasportando i singoli individui in giro per l’Europa semidistrutta. Nel diario, Henk stesso pare abbia detto che era impossibile che i Tedeschi avessero abbastanza treni a disposizione (Feb. ‘44). Tutta la faccenda raggiunge il culmine del ridicolo quando si afferma che Otto Frank, anziche essere «gasato», era stato «ospedalizzato» a Auschwitz (Enciclopedia Britannica, op. cit.), sopravvivendo così allo «sterminio» del suo popolo! La logica ci suggerisce, a questo punto, che i Tedeschi volevano che gente in buona salute venisse poi gasata. La moglie di Otto Frank, invece, morì e lui si risposò con una certa «Fritzi».

Mever Levin, già corrispondente in Spagna durante la Guerra Civile (1936-39) e poi reporter dell’Agenzia Telegrafica Ebraica durante gli scontri con i Palestinesi (1945-46), è stato, secondo l’Enciclopedia Giudaica «il primo scrittore a mettere in scena il Diario di Anna Frank (1952)» (Vol. 11: 109). Se la causa intentata da Levin nei confronti di Otto Frank concernesse la messa in scena del Diario resta un mistero, poiché non è possibile prendere conoscenza (lei verbali dei processo; ad una lettera da noi indirizzata il 27 Aprile 1977 al padre di Anna Frank (cfr. Fig. 2, Pag. 118) nella quale domandavamo chiarimenti circa questa faccenda, egli rispose in un primo tempo affermando di essere disponibile a collaborare con noi (cfr. Fig. 7, pag. 124) per poi rimangiarsi la promessa, affermando di non voler avere più niente a che fare con noi (cfr. Fig. 4, pag. 120).

Negli Stati Uniti, la commedia di Frances Goodrich e Albert Hackett ispirata al Diario di Anna Frank andò in scena a Broadway il 5 Ottobre 1955. Hackett era nato nel 1900; nel Modern World Drama  si spiega che «Hackett… drammaturgo americano, era un giovane attore nel 1927, allorché cominciò a collaborare con una attrice del New Jersey, Frances Goodrich (1890-1984). La Goodrich divorziò presto dal marito, lo storico Hendrik Willern Van Loon, per sposare Hackett. Insieme, gli Hackett scrissero un considerevole numero di soggetti cinematografici… Ma il loro lavoro più memorabile resta l’adattamento teatrale del Diario di Anna Frank (1947), «il commovente racconto di una ragazza ebrea assassinata (sic) in un campo di concentramento nazista, dopo essere vissuta per due anni nascosta in una soffitta» (p.: 329). Nella stessa enciclopedia, troviamo più avanti: «Diario di Anna Frank: commedia in due atti, messa in scena nel 1955 e pubblicata nel 1956. Scenario: un magazzino in uno stabile di uffici al centro di Amsterdam, 1942-45… La commedia, così come il Diario, ha commosso il pubblico di tutto il mondo. In entrambi i lavori, è tratteggiato il carattere di un’ebrea adolescente, costretta ad una vita difficile; e tutto è reso ancor più drammatico dalla consapevolezza degli spettatori dei terribili eventi che si stavano svolgendo al di fuori delle mura entro cui i perseguitati erano costretti a vivere e, nel contempo, della terribile conclusione della loro avventura. Pronto a lasciare Amsterdam dopo la fine della guerra, il signor Frank rende nota al mondo l’esistenza del Diario della figlia. La scena si svolge nel nascondiglio che i Frank occuparono dal luglio del ‘42 all’agosto del ‘44. Giunta nella soffitta-nascondiglio, dove non si poteva fare alcun rumore durante il giorno, Anna decide di considerarla una specie di luogo di vacanza. La ragazza è fortemente attaccata al padre, è in perenne disaccordo con la madre e ha un’avventura romantica con un ragazzo timido, figlio degli amici del padre che li ospitavano (sic). Si alternano gioie e dolori felicità e tristezza. Poco prima che il nascondiglio venga scoperto dai nazisti, Anna descrive al fidanzato le bellezze della natura che le è concesso di vedere dal piccolo lucernaio della soffitta» (p.: 207). Rileviamo in questa descrizione due errori: in primo luogo, nel Diario non viene mai confermato il fatto ( lie non fosse concesso fare rumori di nessun tipo. Secondariamente, il fidanzato di Anna, Peter Van Daan, non era figlio «degli amici del padre che li ospitavano» ma figlio degli amici del padre che vivevano nello stesso nascondiglio. 

(crf si consulti il seguente link che rimanda al sito dell’AAARGH nel quale è possibile consultare l’intero testo in questione in formato pdf : http://www.vho.org/aaargh/fran/livres5/felderannit.pdf )

È DAPERTUTTO IL REVISIONISMO

novembre 7th, 2009

Gente, andar dietro ai padani su internet è un vero spasso! Mi sento buono, e in vena di condivisioni: beccatevi una sporta di lerciume verdognolo. Vivamente consigliato, oggi, è il sedicente quotidiano indipendente online “IlPadano.com“. Sa distinguersi, il nostro, dalla fumazza giornalistese che Roma stampona ci propina nelle insubriche edicole, perfino dalla troppo accomodante Padania (gettata la sciabola dei quiz Berlusconi-Mafia da troppo tempo). Ma veniamo a noi. Categoria di vago interesse: le lettere al “direttore” (tale Giulio Ferrari. Provate a contattarlo via mail, non disdegnerà repliche). Lettera numero 1

E SE MONS. WILLIAMSON AVESSE RAGIONE? 

Caro direttore,
ho visto sul Corriere.it il video dell’intervista “incriminata” al vescovo cattolico-tradizionalista 
mons. Williamson. Mi sembra che questo prelato abbia esposto in maniera assolutamente pacata quelle che sono le sue perplessità su una controversa questione di storia moderna: l’esistenza delle camere a gas nei “campi” tedeschi durante la seconda guerra mondiale. [...]; sulla questione delle camere a gas [...] si è voluta imporre una verità, un pensiero unico perché evidentemente la cosa non era tanto limpida. I diversi storici che l’hanno confutata, molti di loro sono persino di sinistra e non certo neonazisti, hanno perso la cattedra, sono stati picchiati o uccisi da gruppi di fanatici (come è accaduto ad esempio a degli storici francesi), o processati e incarcerati dalla “giustizia” (in molti stati è reato negare l’olocausto: non si è mai visto porre una simile limitazione a degli studiosi, visto che la ricerca storica è in costante evoluzione, invece in questo caso chi fa scoperte sgradite al potere finisce in galera!). Insomma, io non sono uno studioso e non ho gli strumenti per vantare certezze, però mi informo sull’attualitàe tutto quello che è accaduto intorno alla “verità indiscutibile” dell’olocausto non mi piace, mi fa sentire assai meno libero. E’ mai possibile che oggi si possa dubitare di tutto, a cominciare dall’esistenza di Dio, ma non si può dire la propria opinione su un fatto storico? [...] Mons. Williamson ha detto la sua sulle camere a gas, da uomo libero che esprime un’opinione, e viene linciato: le comunità ebraiche pretendono “una ritrattazione” delle sue parole. Insomma che neghi quello che pensa. Non so se lo farà. Ma tutto questo mi fa pensare solo una cosa: e se Williamson avesse ragione?

Carina, su. Ammettiamolo. 

http://www.agoravox.it/La-vergogna-de-IlPadano-com-si

A DICEMBRE, NUOVO ATTACO CONTRO GAZA

novembre 5th, 2009

Di Michele Giorgio, Gerusalemme
All’Onu si accende il dibattito intorno al rapporto del giudice sudafricano Richard Goldstone sull’offensiva israeliana «Piombo fuso» di dieci mesi fa contro Gaza (circa 1.400 palestinesi uccisi, tra cui centinaia di civili). A Tel Aviv invece i comandi militari e il governo di Israele sembrano impegnati a pianificare un nuovo attacco per «disarmare» Hamas. «Nessuno ai vertici delle forze armate dubita della necessità di andare ad un nuovo scontro militare con Hamas, l’unica incertezza è la data», ha scritto sul quotidiano Yediot Ahronot l’analista militare Alex Fishman. «È credibile – ha spiegato Fishman – affermare che lo scontro (con Hamas) riprenderà su larga scala a dicembre, ad un anno esatto da Piombo fuso». Per Fishman l’anniversario non c’entra nulla. Esistono, a suo avviso, concreti fattori di tensione regionale che il mese prossimo creeranno le condizioni per la nuova guerra, mentre a Gaza sono ancora visibili le macerie di quella precedente. A cominciare dal probabile fallimento del negoziato sul nucleare iraniano, passando per le elezioni palestinesi proclamate dal presidente dell’Anp per il 24 gennaio (contro il volere di Hamas), fino al mancato accordo per uno scambio di prigionieri tra Israele e il movimento islamico. 
Fishman, ovviamente, scarica le responsabilità di una seconda offensiva su Hamas e i palestinesi, e comincia a preparare la opinione pubblica israeliana e quella internazionale alla nuova guerra. Il conto alla rovescia di «Piombo fuso 2» è cominciato, sostengono Yediot Ahronot e gli altri giornali israeliani, giovedì scorso quando Hamas ha testato un razzo, in apparenza di fabbricazione iraniana, che avrebbe una gittata di 60 km, quindi in grado di tenere sotto tiro Tel Aviv. Un razzo che può essere lanciato anche da una rampa sistemata su di un semplice autocarro. Per l’establishment politico-militare israeliano questo sviluppo è sufficiente per scatenare una nuova offensiva contro la roccaforte di Hamas. 
Come spiegava ieri un editoriale di Yisrael Hayom, per Israele è meglio essere un occupante ma in pieno controllo della situazione piuttosto che rimanere passivo lasciando ad Hamas la sua capacità strategica. Da parte sua il movimento islamico smentisce di aver testato un nuovo missile, ma si dice pronto a difendere la popolazione di Gaza «con tutti i mezzi a sua disposizione».

Il Manifesto, 6 novembre 2009

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20091105/pagina/09/pezzo/264009/?tx_manigiornale_pi1%5BshowStringa%5D=Michele%2BGiorgio&cHash=e45af5e1d4

BUON SCHERZO DI TEHERAN

novembre 4th, 2009

 

04-11-2009
L’antisemita Ramin è il nuovo vice ministro della cultura in Iran
 
Mohammad-Ali Ramin, alto consigliere di Mahmoud Ahmadinejad nonché colui che viene considerato il “cervello” che sta dietro alla negazione della Shoà da parte del presidente iraniano, è stato nominato lunedì alla carica di vice ministro della cultura della Repubblica islamica.
Ramin è considerato un il più intransigente antisemita e negatore della Shoà nel regime degli ayatollah. Storico di formazione, viene visto come i responsabile dei proclami di Ahmadinejad che definiscono “un mito” lo sterminio nazista degli ebrei. Nel 2006 Ramin ricoprì la carica di segretario di un congresso internazionale tenuto in Iran vivacemente criticato in tutto l’occidente perché dedicato programmaticamente ad ospitare e dar voce ai negatori della Shoà da ogni parte del mondo. Quello stesso anno Ramin dichiarava che Adolf Hitler altri non era che un ebreo le cui politiche avevano lo scopo di promuovere la creazione dello stato di Israele.
In un’intervista a una periodico iraniano, Ramin sostenne successivamente di non aver mai “né negato né affermato” la storicità dell’Olocausto. “Il mio motto – disse – è: sottoponiamo a indagine la pretesa che un Olocausto abbia effettivamente avuti luogo”.
Di fronte alle proteste occidentali, il presidente iraniano Ahmadinejad rispose che “far arrabbiare i massacratori di professione è per noi motivo di orgoglio”.
In un’altra occasione, vennero citate dichiarazioni di Ramin in cui il neo-vice ministro della cultura iraniano definiva gli ebrei gente immonda che diffonde malattie mortali. “Lungo tutta la storia – disse – si sono registrate molte accuse contro gli ebrei. Sono stati loro l’origine di malattie mortali come la peste e la febbre tifoidea perché sono un popolo estremamente immondo”.
Nel suo nuovo incarico di vice ministro della cultura con responsabilità sulle comunicazioni, Ramin potrà influenzare l’agenda dei mass-media iraniani. Tra i suoi compiti, avrà l’autorità di far chiudere giornali che criticano il governo ed promulgare licenze per nuove pubblicazioni. A quanto pare, l’ufficio di Ramin ha già iniziato ad esercitare la sua autorità facendo chiudere lunedì una pubblicazione affiliata al campo dell’opposizione riformista: il giornale “Sarmaya”, infatti, è stato chiuso per aver mosso critiche alla politica economica di Ahmadinejad. Allo stato attuale sono almeno 32 i giornalisti e blogger incarcerati nelle prigioni iraniane. Nei mesi scorsi, dopo le controverse elezioni presidenziali, molti siti web riformisti sono stati chiusi e molti giornalisti sono stati arrestati, spesso per brevi periodi di detenzione.

FONTE : STAMPA ISRAELIANA : YnetNews, 2.11.09

http://www.israele.net/articolo,2652.htm

QUALE LIBERTÀ ?

ottobre 22nd, 2009

Viviane Reding e la “libertà di espressione”

Il Commissario ai media dell’UE, Viviane Reding, ha detto: “la libertà di espressione è un fondamento del pluralismo” (http://www.ilsole24ore.com/includes2007/frameSole.html?http://ueb.blogosfere.it/2009/10/informazione-reding-la-liberta-di-espressione-e-base-del-pluralismo.html ). DAVVERO, SIGNORA REDING? Eppure, quanto a libertà di ricerca storica, la UE sembra andare decisamente in senso contrario, con la proliferazione delle cosiddette “leggi della memoria”, che intendono definire per legge il concetto di “verità storica”:http://www.panarmenian.net/news/eng/mail/?nid=37490. L’appello degli storici francesi di “Liberté pour l’Histoire”, che risale al 2005, è rimasto infatti del tutto inascoltato: http://www.lph-asso.fr/doc.html. Nella stessa riunione in cui ha parlato Viviane Reding (il dibattito all’Europarlamento sulla libertà di stampa in Italia) ha preso la parola anche Antonio Di Pietro, il quale – tra l’altro – ha affermato: “Non siamo qui per risolvere i problemi italiani ma per chiedere al Parlamento europeo di attivarsi affinché la UE possa dettare regole comuni e condivise” (http://www.ilgiornale.it/interni/vincono_anti-italiani_leuropa_ci_processa/strasburgo-pietro/08-10-2009/articolostampa-id=389063-page=1-comments=1 ).
ONOREVOLE DI PIETRO, PERMETTE UNA DOMANDA? Le regole dovrebbero essere “comuni e condivise” anche quando si tratta di estendere all’Italia la persecuzione giudiziaria riservata in Europa a coloro che non si attengono alla detta “verità storica”, come previsto dalla Decisione Quadro del 2008 dell’Unione Europea(http://vho.org/aaargh/ital/cadreit.pdf )?
Da questo punto di vista, il ceto politico berlusconiano che lei, on. Di Pietro, tanto avversa – peraltro non senza fondamento – finora qualche garanzia di libertà l’ha mantenuta, tra l’altro con una legge come quella n°85 del 2006 (http://www.camera.it/parlam/leggi/06085l.htm ) che ha mitigato l’approccio repressivo ai reati d’opinione proprio della precedente Legge Mancino (approccio che diversi suoi colleghi del PD vorrebbero non solo reintrodurre ma inasprire).
Quindi, stiamo attenti alla libertà di stampa in Italia ma stiamo anche attenti a non importare in Italia, patria del diritto, certe direttive obbiettivamente liberticide.
PUBBLICATO DA ANDREA CARANCINI 
http://andreacarancini.blogspot.com/2009/10/viviane-reding-e-la-liberta-di.html

ERRICO MALATESTA OGGI

ottobre 8th, 2009

Errico Malatesta: DIALOGHI SULL’ANARCHIA 

di Valerio Evangelisti

 Errico Malatesta, Dialoghi sull’anarchia, Gwynplaine edizioni, 2009, pp. 146, € 11,50.

Graditissimo ritorno, questo di Errico Malatesta (1855-1932). Certo, è un ritorno per modo di dire: il più noto degli anarchici italiani non era mai scomparso dall’editoria libertaria. Ora, però, le coraggiose edizioni Gwynplaine lo ripropongono al grande pubblico, con un volume che raccoglie gli opuscoli più conosciuti di Malatesta: Al caffè e Tra contadini. Opere singolari di un uomo che non fu mai un teorico alla Kropotkin (al cui “comunismo anarchico” si ispirava, così come al collettivismo di Bakunin), ma preferì esprimersi attraverso gli articoli dei giornali e delle riviste da lui fondati (Umanità Nova, Volontà) e soprattutto attraverso l’azione diretta. 
Fu infatti protagonista di diversi tentativi insurrezionali, di cui i più conosciuti sono la Banda del Matese (1877) e la Settimana rossa (1914). Ma si può dire che, in tutto l’arco della sua vita adulta, non vi fu moto di rivolta o di protesta che non lo vedesse partecipe o ispiratore, non soltanto in Italia.

Questo volume è lo specchio non solo del pensiero, ma della personalità di Malatesta, straordinariamente lucida e limpida. Attraverso lo strumento del dialogo pacato, egli si sforza di spiegare, a interlocutori di estrazione popolare, come si possa giungere a una società senza oppressione statale né sfruttamento economico, e quali mezzi si debbano adottare. Il discorso è di un rigore logico assoluto, e travolge colpo dopo colpo ogni concezione autoritaria del vivere comune, capitalista o socialista che sia. Si delinea il quadro persuasivo di comunità capaci di funzionare perfettamente senza poteri centrali che detengano l’uso della forza, e senza centri di comando fondati sul monopolio dei mezzi di produzione. Anche la via rivoluzionaria, contrapposta a quella riformista del socialismo borghese, appare più una necessità che una scelta. Le argomentazioni convincono, sciolgono ogni riserva. Ciò anche di fronte a dati del presente (il nostro) che spingono in direzione totalmente opposta.
La critica – l’unica – che si può sollevare non è al rigore delle argomentazioni, e non proviene dalle categorie del marxismo (uso a ritenere l’anarchismo una variante estremista del pensiero liberale), perché coinvolge anche quest’ultimo. Le tesi di Malatesta, ma anche quelle marxiane sul comunismo e sulla “estinzione dello Stato”, presuppongono un’essenza umana naturalmente volta alla fraternità e alla cooperazione. Eliminati comando statale e sfruttamento tutto si aggiusterebbe, più o meno spontaneamente, in un quadro armonico, coincidente con le pulsioni istintive dell’uomo.
Purtroppo non è così, a giudizio di chi scrive, perché le pulsioni sono tutt’altre. Non occorreva attendere Konrad Lorenz e l’etologia: bastava leggere il Nietzsche più ardito per capire che l’essere umano, in quanto specie animale, racchiude in sé istinti individualistici e aggressivi. Tanto che la sua intelligenza lo ha portato a partorire leggi via via più intricate (ultima è il loro nodo, chiamato Stato) per disciplinare la carica innata di violenza.
Se questa è, temo, l’ultima verità, ben venga chi, come Malatesta, ha coltivato la virtù dell’ottimismo. L’anarchismo, talora alleato dei marxisti, talaltra rivale, ha contribuito, nella storia del movimento operaio mondiale, a rappresentare una voce critica, spesso fastidiosa; capace comunque di avvertire per tempo quando il comune ideale egualitario e antistatuale era messo in crisi. Anarchici sono stati massacrati assieme a trotzkisti, comunisti eretici, bolscevichi dissidenti. Credevano tutti in un Uomo / Donna capace di superare la propria indole ferina.
Malatesta fu l’incarnazione di un’umanità che di animalesco e di feroce non aveva più nulla. Ciò non alterava la chiarezza della sua visione. Nel 1922 scriveva, su Umanità Nova:

“Se il popolo francese non saprà liberarsi dei suoi Poincaré, Millerand, Clemenceau, Tardieu su cui pesa tanta parte della responsabilità dell’ultima guerra e che stanno stupidamente preparando la guerra prossima; se la rivoluzione purificatrice non verrà a rinnovare il mondo e stabilire fra le genti rapporti di giustizia e fratellanza, non passeranno vent’anni – noi ne siamo fermamente convinti – senza che i tedeschi entreranno a Parigi, alleati forse con l’Italia, per vendicarsi di tutte le indegnità a cui sono oggi sottomessi e fare ai francesi, poiché tutti i militarismi si equivalgono, quello che oggi i francesi fanno a loro.” (1)

Esattamente diciotto anni dopo questa profezia diventava realtà, nei dettagli. Capacità precognitive? No, intelligenza. Legata a un sentire anarchico che è, in realtà, sentire umano. Forse troppo umano.

1) Errico Malatesta, Scritti, vol. I. Pagine di lotta quotidiana: “Umanità Nova”, 1920-1922, Tipografia Il Seme, Carrara, 1975 (è un reprint dell’edizione pubblicata nel 1934 a Ginevra), p. 318.

Pubblicato Settembre 25, 2009 : Carmilla online
http://www.carmillaonline.com/archives/2009/09/003187.html