Archive for marzo, 2009

ELENCO DEGLI COMPLICE ITALIANI DEI MASSACRI ET DELLO GENOCIDIO COMPIUTO DA ISRAELE

lunedì, marzo 30th, 2009

Roma, 30 mar. – (Adnkronos) – Si svolgera’ oggi, a Roma, alle 21, presso il Teatro Valle, la cerimonia ”Le eccellenze per Israele”, momento conclusivo delle celebrazioni per i sessant’anni di Israele che vuole rendere omaggio agli israeliani che con la loro attivita’ hanno fatto del loro paese un luogo di eccellenza e agli italiani che si sono distinti per l’impegno e l’amicizia nei confronti di Israele operando per stabilire e rafforzare i legami tra l’Italia e Israele. Tra i premiati spiccano Gianfranco Fini, Piero Fassino, Franco Frattini.

Presentata da Bruno Vespa, la serata vedra’ tra i premiati anche Francesco Cossiga, Furio Colombo, Fulvio Conti, Franzo Grande Stevens, Rita Levi Montalcini, Arturo Schwarz, Joseph Cedar, Dani Karavan, Zvi Yanai, Noam Sheriff, Shulamit Levenberg. Gli intervalli musicali e letterari vedranno protagonisti il Maestro Giovanni Allevi, Paola Pitagora, il Musical Trio from Jerusalem, la cantante Yardena Arazi, l’ensemble di Eyal Lerner e la poetessa Agi Mishol.

Alla cerimonia saranno presenti il ministro per i Beni e Culturali, Sandro Bondi, il sottosegretario ai Beni e Attivita’ Culturali Francesco Maria Giro, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, l’assessore alle Politiche Culturali e Comunicazione del Comune di Roma Umberto Croppi, l’assessore all’Ambiente del Comune di Roma Fabio De Lillo, l’ambasciatore d’Israele in Italia Gideon Meir, il rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, il presidente dell’Unione delle Comunita’ Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, il presidente della Fondazione del Museo della Shoah Leone Paserman, Alessandro Ruben deputato della Pdl, il presidente di Sviluppo Lazio Giancarlo Elia Valori. Saranno presenti, inoltre, il presidente della Lazio Claudio Lotito, Lucia Annunziata e Luca Barbareschi.

GRECIA RIMANE TERRA DI LIBERTA

venerdì, marzo 27th, 2009
Olocausto/ Grecia, Corte d’Appello assolve storico negazionista
Atene, 27 mar. (Ap) – La Corte d’Appello di Atene ha rovesciato la sentenza di primo grado che condannava a 14 mesi di prigione lo storico negazionista Costas Plevris, autore del libro Gli ebrei: tutta la verità: il tribunale ha ritenuto che Plevris avesse diritto ad esprimere le sue opinioni. Nel 2007 Plevris era stato condannato in primo grado per istigazione all’odio, dopo che la comunità ebraica ellenica aveva dimostrato come la pubblicazione del libro avesse portato ad un aumento degli episodi di antisemitismo nel Paese. [Questo non è vero]

SIMONINO, IL RITORNO ?

mercoledì, marzo 25th, 2009
TRENTO, MONS. ROGGER “SI PENTE”
SVELERÀ IL SEGRETO DI SIMONINO?
I devoti: ora potrebbe rivelare dov’è sepolto il martire
di Elsa Franscini. Trènt – Sarà l’atmosfera quaresimale che induce al pentimento e all’umiltà, saranno gli esiti raggiunti da studiosi di chiara fama come lo storico Ariel Toaff, se padre Iginio Rogger, che nel 1965 fu il principale istigatore alla abolizione del culto del beato Simonino, ora sembra in procinto di ammettere il suo errore. Si tratterebbe di un ripensamento tardivo ma provvidenziale anche perché, considerata l’età (è nato nel 1919), i devoti correvano il rischio che Egger comparisse davanti alla giustizia divina senza aver svelato il segreto su dove sia stato nascosto il corpicino del beato. Proprio così, perché la vicenda di questo piccolo martire cattolico, scannato da fondamentalisti ebrei il 23 marzo 1475 in odium fidei, si concluse ai giorni nostri con un penoso occultamento di cavadere. 

IMBOSCAMENTO DI RELIQUIE.
 L’imboscamento dei resti di un bambino fu uno dei “frutti” del Concilio Vaticano II, che lanciò le basi di un malinteso ecumenismo, di fatto passando un colpo di spugna su eresie e nefandezze delle altre religioni. Gli ultra progressisti trentini non persero l’occasione e, per dimostrare il loro zelo nei confronti degli ebrei, fecero in modo che venisse rinnegata la popolarissima devozione al beato Simonino: Rogger non faticò a trovare consensi nelle gerarchie di allora, ubriacate di sessantottismo clericale, e ottenne di far sparire, oltre al culto “antiecumenico”, persino la salma del bambino. 

OSTINATO SILENZIO. I trentini sono così rimasti orfani del loro beato, ma non hanno mai rinunciato a chiedergli grazie e intercessioni. Per anni in molti hanno insistito con padre Iginio Rogger per sapere dove sia sepolto il martire, ottenendo solo un ostinato silenzio. Adesso però, pare, qualcosa sta cambiando: c’è chi ha parlato con il “nemico” del beato e ha colto in lui i segni dell’inquietudine: il tono incerto della voce, qualche tentennamento nell’esprimere verità traballanti, una mezza ammissione… Quanto basta per far pensare ad un possibile ravvedimento, auspicano alcuni. Per sapere come andrà a finire bisognerà anche vedere quanto Rogger tenga alla sua popolarità, acquisita da avversario di un martire innocente; la vocazione, nel lontano 1945, lo portò a indossare la tonaca nera e così poco mondana, ma da molto tempo la talare ha lasciato il posto ad abiti borghesi. 

DURO COLPO. La sua presunta autorevolezza, d’altra parte, ha subito un duro colpo dai risultati dei recenti studi compiuti dal professor Ariel Toaff, docente di storia medievale e del rinascimento, cattedratico delle Università di Tel Aviv e di Bar Ilan, e figlio dell’ex rabbino capo di Roma, studi pubblicati col libro “Pasque di sangue”. Un simile studioso, eminente e al di sopra d’ogni sospetto, ha di fatto ridicolizzato lo zelo di Rogger e di quanti, per pregiudizio ecumenico, sono arrivati al punto di negare il martirio del piccolo Simonino. Toaff, invece, sulla base dei documenti storici e della propria scienza, ha dimostrato che il bimbo venne effettivamente ucciso da fondamentalisti ebrei. In quel periodo una ventata di odio e fanatismo, spiega il professore, percorreva le comunità askenazite (ebrei provenienti dall’est europeo), lo stesso che portò gli antichi giudei a condannare a morte Gesù nel Sinedrio ed ammazzare i primi martiri cristiani (a partire da santo Stefano). In ambiti di “estremisti” ebraici si diffuse così la pratica di sacrificare dei cristiani nel giorno del Purim, una follia documentata anche da rabbini convertiti, comePaolo MediciGiovanni da Feltre e il monaco Teofito

SENTENZE DELLA CHIESA. Per monsignor Benigni (“Storia della Chiesa”, ed. Vallardi) i casi noti di omicidio rituale sono circa 70, ma la Chiesa ne elevò alla gloria degli altari solo una decina. Anche nel caso del beato Simonino la Chiesa usò la consueta prudenza, sicchè il Papa Sisto IV minacciò subito di scomunica chi avesse attribuito il martirio alla morte del piccino. E questa “sentenza” viene falsamente sbandierata dagli avversari del bambino, in primisRogger. Costoro, però, fingono di dimenticare che il monito del Papa era diretto a chi avesse voluto anticipare la decisione dei competenti organi ecclesiastici: lo stesso Sisto IV fece eseguire accurate indagini condotte da due vescovi e, alla fine, riconobbe il martirio. 

CULTO APPROVATO. Il culto del beato Simonino, infatti, è stato legalmente approvato dalla Santa Sede mediante: 1) Breve di Papa Sisto IV dell’1 gennaio 1480, con cui si riconosce l’autenticità del martirio. 2) Iscrizione del martire Simonino di Trento nel Martyrologium Romanun tra i santi del 24 marzo per ordine di Papa Gregorio XIII nel 1584. 3) Breve dell’8 giugno 1588 di Papa Sisto V, per la concessione alla diocesi di Trento di un’ufficiatura (S. Messa e Breviario) in onore di Simonino. Nella triste data del 4 maggio 1965, la Chiesa post-conciliare, infiltrata dal “fumo di Satana” (per usare le parole dello stesso Paolo VI), decise di rinnegare il piccolo martire. Un grande studioso ebreo, il professor Ariel Toaff, lo ha riabilitato, definendolo sic et simpliciter vittima del fanatismo religioso. E, oggi, con l’Europa minacciata dal pericolo islamico, la figura di questo piccolo santo appare come un grande monito contro il fondamentalismo senza aggettivi.

25 marzo 2009

http://www.ilpadano.com/padano.php?newsID=1656


DAL RICATTO ALLA PERSECUZIONE GIUDIZIARIA

mercoledì, marzo 25th, 2009

di Eric Hazan (direttore de La Fabrique édition)

 Nell’aprili 2001 è stata depositata una querela con costituzione di parte civile contro La Fabrique édition, per “diffamazione a carattere razziale e incitamento all’odio razziale”. Pretesto è stata la pubblicazione, da parte della casa editrice che dirigo, di un libro di Norman Finkelstein, intitolato L’industria dell’Olocausto. Riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza degli ebrei”. La parte civile è l’associazione Avocat sans frontières. Il giudizio deve ancora venire.

Nel gennaio 2002, a Chambéry, un militante della Ligue comuniste révolutionnaire è stato accusato di avere scritto “Sharon assassino” su di un muro della città. La prima querela è stata depositata dal Comune di Chambéry per “deterioramento di beni immobili”. In un secondo momento, per le pressioni della LICRA (Ligue Internationale contre le racisme e l’antisémitisme) che si era costituita parte civile, la Procura ha modificato la qualificazione giuridica dei fatti ed ha proceduto per “incitazione alla discriminazione, odio e violenza nei confronti del popolo israeliano”. Il Tribunale ha respinto questa accusa e il militante è stato condannato ad un’ammenda simbolica per deterioramento di beni immobili (infrazione contravvenzionale e non delitto).
Nel marzo 2003 il presidente della Comunità ebraica di Lille ha querelato il sindaco di Seclin per “incitamento alla discriminazione economica”. Motivo: il sindaco aveva chiesto ai servizi municipali di boicottare i prodotti israeliani. Nel corso dell’udienza, il pubblico ministero ha lui stesso ritenuto insussistente il delitto, rinunciando a chiedere l’applicazione di una pena e chiedendo il proscioglimento. Il Guardasigilli ha immediatamente dato ordine al Procuratore della Repubblica di ricorrere in appello contro questa decisione.
Avrei potuto ricordare altre vicende, quella che ha opposto la LICRA al giornalista di France Inter, Daniel Mermet, portato in giudizio nel maggio 2002 per delle affermazioni fatte da alcuni ascoltatori del suo programma, Là-bas si j’y suis (processo perso dalla LICRA in prima istanza); Avocat sans frontières contro Edgar Morin, Danièle Sallenave e Sami Nair, per un “punto di vista” pubblicato su Le Monde (processo non ancora definito); la LICRA contro la Coordination des appels pour une paix just eau Proche-Orient (CAPJPO) celebrato per direttissima per far vietare l’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani sul suo sito: la LICRA ha perso la causa ed è stata condannata a pagare 3000 euro per spese di giustizia.
Mi sono limitato a citare tre azioni in giudizio che, nella loro diversità, dimostrano il carattere assurdo delle querele depositate. Per esempio succede che l’autore e l’editore de L’industria dell’Olocausto siano entrambi ebrei (ebrei  “dei quali vergognarsi” evidentemente e sicuramente animati dal famoso “odio di sé” che è già stato attribuito a Hannah Arendt al momento della pubblicazione di Eichmann a Gerusalemme).
L’autore, i cui genitori sono stati ad Auschwitz e la cui famiglia da entrambi i rami è stata tutta  sterminata dai nazisti, ha spiegato di avere scritto questo libro proprio per “l’importanza che attribuisce alla memoria delle persecuzioni subite dalla famiglia”. L’accusa di incitazione all’odio razziale sarebbe quasi comica in questo contesto se di queste cose si potesse ridere. In linea generale, l’assurdità delle querele è dimostrata dalla qualità delle persone denunciate, tutti antirazzisti dichiarati, militanti per la libertà e l’emancipazione dei popoli, e tutti – non è un caso – uomini e donne di sinistra rimasti fedeli alle loro idee.
D’altra parte, fino ad oggi, nessuna di queste iniziative giudiziarie ha prodotto condanne. E nessuna istituzione seria, sinceramente preoccupata di combattere il razzismo – la MRAP, la Ligue des droits de l’homme – vi si è associata. Le parti civili sono sempre le stesse: delle associazioni comunitarie ebraiche (ivi compresa l’Union des étudiants juifs de France, che ha conosciuto tempi migliori), la LICRA, associazione che fu onorevole   ai tempi di Robert Badinter, e Avocats sans frontières, il cui presidente, l’avvocato William Goldnadel, vanta tra i suoi principali meriti di aver vegliato alla regolarità dell’elezione del presidente Omar Bongo in Gabon e di essere il difensore di Arcady Gaydamak, trafficante di armi rifugiatosi in Israele, e di Oriana Fallaci, una simpatica italiana che sostiene nel suo ultimo libro che gli Arabi sono degli scarti umani.
E’ legittimo domandarsi perché il sistema giudiziario (quando occorre anche la Procura) consente che i Tribunali vengano intasati da procedure così infondate. La risposta è che, se la parte civile è una associazione riconosciuta e vi è corrispondenza tra l’azione e gli scopi sociali, è praticamente impossibile fermarla.
Ma quale interesse hanno insomma queste diverse associazioni ad intraprendere azioni giudiziarie manifestamente votate all’insuccesso? E’ che si tratta di manovre dissuasive, ed anche molto efficaci. Per il querelato un processo, anche se dall’esito scontato, costituisce una perdita di tempo, di energia e di danaro. E’ quindi comprensibile che un editore, un direttore di giornale, di una radio o di un canale televisivo esiti davanti ad una tale prospettiva e consigli “prudenza” ai suoi collaboratori.  Senza contare l’effetto “non c’è fumo senza arrosto” (per fare un esempio personale, io ho a Parigi dei buoni amici che dicono in giro che sono diventato negazionista).
Ma per comprendere bene le ragioni di questa persecuzione giudiziaria, bisogna considerarla nel suo contesto: essa costituisce uno degli elementi di una strategia globale che si propone di impedire ogni dibattito che possa produrre una critica della politica israeliana. Questa strategia si sviluppa lungo due assi di attacco.
Il primo, che potremmo definire l’asse Elie Wiesel-Claude Lanzmann, è organizzato intorno alla Shoah. Espressione il cui significato è chiaro solo per loro, trattandosi di una parola ebraica che fanno fatica ad applicare al genocidio degli zingari per esempio. Precisamente per questi militanti la Shoah costituisce un fenomeno unico – esclusivamente ebreo – che non si può comprendere pienamente in modo razionale, che sfida ogni conoscenza ed ogni descrizione, che non può essere né spiegato né rappresentato. Quelli che trasgrediscono tale divieto, quelli che, pur riconoscendo la specificità del genocidio degli ebrei, rifiutano di farne un mistero ontologicamente unico, sono tutti bellamente accusati di negazionismo, delitto che è previsto dalla legge Gayssot “tendente a reprimere ogni atto razzista, antisemita o xenofobo”.
Ma c’è di più: una Shoah dal carattere unico, senza precedenti e senza equivalenti nella storia, attribuisce al popolo ebreo – e dunque allo Stato di Israele che pretende di rappresentarlo – un diritto nei confronti di tutti gli altri che è altrettanto unico, un capitale morale che giustifica qualsiasi mezzo impiegato per assicurare l “sopravvivenza”, in particolare l’occupazione armata dei territori palestinesi. Poco importa che i Palestinesi non abbiano assolutamente alcuna colpa nel genocidio degli ebrei. Nella paranoia   accuratamente alimentata dai seguaci di questo “asse della Shoah”,  la sopravvivenza degli ebrei è sempre minacciata, perché Auschwitz è solo il punto culminante dell’odio che il resto del mondo prova da sempre nei loro confronti.
Si vede bene che il concetto di “Shoah come fatto unico” – e per ammetterlo è consigliabile mettere da parte ogni pretesa di razionalità – non è solo una aberrazione storiografica, ma un potente strumento di difesa della politica dello Stato di Israele contro i Palestinesi. Una strategia che spiega, per esempio, l’isteria suscitata da L’Industria dell’Olocausto – nel quale Norman Finkelstein critica violentemente il dogma del carattere unico della Shoah -, dapprima in due pagine di Le Monde, poi nella azione giudiziaria avviata da Avocats sans frontières. In questo libro, sottotitolato Riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Norman Finkelstein denuncia i modi attraverso i quali le organizzazioni ebraiche nordamericane hanno girato a loro profitto una gran parte del denaro versato dal Governo tedesco e dalle banche svizzere, e – ancor peggio – disvela le manipolazioni storiche cui ricorrono queste organizzazioni per giustificare i loro ricatti, spiega come usino tutti i mezzi per conservare il dogma del carattere unico dell’Olocausto, il dogma dell’odio eterno dei gentili verso gli ebrei.

Il secondo asse è composto da un altro sottogruppo della Star Academy sionista francese, i cui membri più in vista sono Alain Finkielkraut, Alezander Adler, Bernard-Henri Lévy e Jacques Tarnero. Essi mettono insieme tutti i loro talenti per tentare di convincere l’opinione pubblica che ogni critica alla politica israeliana è di fatto dettata dall’antisemitismo – e, di conseguenza, deve essere repressa dalla legge.
Per esempio, non appena si è cominciato a scrivere e parlare di “boicottaggio”, si è intentato un processo ricordando immediatamente il boicottaggio dei magazzini ebraici nella Germania del 1933 – dimenticando o fingendo di dimenticare che è stato proprio il boicottaggio che ha contribuito a battere il regime dell’apartheid in Africa del Sud. O ancora Alain Finkielkraut dichiara dalla emittente RCJ (Radio della Comunità ebraica) che io sono – come editore di Norman Finkelstein e di altri cattivi ebrei – l’inventore del “pogrom cacher”. Dichiarazioni del genere potrebbero solo far sorridere, sennonché il regista israeliano Eyal Sivan, che lavora a Parigi e che subisce da tempo questo genere di insulti, ha ricevuto per posta un proiettile accompagnato da un messaggio che promette, la volta successiva, un diverso mezzo di spedizione.
Un’altra arma utilizzata nella stampa e nei tribunali per  far tacere le critiche alla politica israeliana è l’equiparazione dei concetti di antisionismo ed antisemitismo. Poco importa che tra gli ebrei, nel XX secolo,  vi siano stati numerosi movimenti e personalità antisioniste, poco importa che la discussione sul sionismo sia un tema  ricorrente tra gli intellettuali ebrei, dai dirigenti del Bund – il movimento operaio socialista-rivoluzionario dello Yiddishland – fino a grandi figure nella stessa Israele, come Israel ShahakYehoshua Leibowitch, che è arrivato a parlare, fin dalla guerra del 1967, di “giudeo nazismo”. Senza contare personaggi come Franz Kafka o Walter Benjamin, che furono entrambi sottoposti a forti pressioni, amichevoli e di altro tipo, perché emigrassero in Palestina, ma alla fine decisero entrambi di rinunciare, tanto erano scettici nei confronti del progetto sionista.
E poco importa che i dirigenti delle comunità ebraiche francesi, proclamando alto e forte il loro sostegno incondizionato allo Stato di Israele, abbiano favorito la confusione tra antisionismo ed antisemitismo nella mente di ragazzetti che pensano in questo modo di aiutare la causa palestinese. Attraverso un capovolgimento particolarmente perverso, il “mai più questo” si è trasformato in un manganello ideologico-giudiziario.
Organizzata, da un lato, dalla collusione tra dirigenti associativi infeudati allo Stato di Israele ed “intellettuali” rissosi e, dall’altra, dalla complicità tra fascisti duri e puri ed estrema destra sionista, accomunati dall’odio verso gli Arabi, la persecuzione giudiziaria fa parte di una campagna di intimidazione dettata dal timore che l’opinione pubblica francese possa rivolgersi in favore della causa del popolo palestinese. E’ favorita dalla “giurisdicizzazione” della vita politica in Francia, avviata dalla lotta – nell’insieme perduta -  contro Le Pen e proseguita attraverso la creazione di vari scandali. La violenza di questa persecuzione dimostra quanto siano contagiosi i comportamenti che nascono dall’occupazione dei territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano.
E tuttavia è proprio da Israele che vengono le voci più radicalmente dissonanti. Certo, quelli che fanno più rumore lì sono quelle che reclamano la pulizia etnica (il “trasferimento”) o l’annullamento della elezione dei deputati arabi. Ma Shulamit Aloni, che è stato segretario generale del partito laburista, fondatore di Meretz, ministro dell’educazione nel governo Rabin e continua ad essere una coscienza morale della classe politica israeliana ha pubblicato su Ha’aretz (6 marzo 2003) un articolo nel quale dice tra l’altro: “Noi non abbiamo camere a gas, né forni crematori, ma non esiste un solo metodo di genocidio”. E B. Michael, ebreo praticante, editorialista di Yediot Aharonot, il più grande quotidiano israeliano, dopo avere scoperto che i soldati  tatuavano con un numero le braccia dei Palestinesi prigionieri, ha scritto un testo intitolato “Da marchiati a marchianti” che comincia così:
“In soli sessanta anni – da marchiati a marchianti e tatuanti
In sessanta anni – da prigionieri nei ghetti a imprigionanti
In sessanta anni – da depredati a depredanti 
In sessanta anni – da quelli che sfilano in colonna con le mani in alto a quelli che fanno sfilare in colonna con le mani in alto.
In sessanta anni -  da schiacciati in nome di un nazionalismo crudele a quelli che schiacciano in nome di un nazionalismo crudele
In sessanta anni – da vittime di un’abietta politica di trasferimento al sostegno sempre più entusiasta di un’abietta politica di trasferimento
Durante tutti questi sessanta anni non abbiamo imparato niente, niente abbiamo interiorizzato. Abbiamo dimenticato tutto”. 
Simili frasi, un testo del genere, a Parigi, avrebbero sicuramente provocato una citazione a giudizio, magari un sequestro per direttissima. E’ arrivato il tempo per quelli che non confondono la politica con la polizia di riflettere sugli effetti nefasti di questa deriva giudiziaria sulla società francese. Quanto agli “intellettuali” ebrei francesi che ricorrono alla persecuzione giudiziaria e si presentano davanti ai Tribunali a sostenere le citazioni più assurde (Alain Finkielkraut  e Alexandre Adler soprattutto, nel processo contro Daniel Mermet), dovrebbero ricordarsi che spesso è stato a “cattivi ebrei”, da Spinoza ad Arendt, che la storia ha finito per dare ragione.

AA.VV. Antisémitisme: l’intolérable chantage.  Israel-Palestine, un affaire française ? 
La Découverte – Paris, 2003. Poi Osservatorio internazionale per i diritti

http://nuke.ossin.org/SearchResults/Dalricattoallapersecuzione/tabid/971/Default.html

La versione italiana del libro du Finkelstein è scaricabile sul sito dell’aaargh :

http://www.aaargh.com.mx/fran/livres3/NFOlocausto.pdf

ISRAEL SHAHAK

mercoledì, marzo 25th, 2009

LA SCOMPARSA DI UN GRANDE INTELLETTUALE EBREO ANTISIONISTA

di Norton Mezvinsky 

La tragedia nella morte di Israel Shahak consiste nel fatto che questa è giunta troppo presto nel momento di maggiore capacità produttiva di questo raro intellettuale ed umanista. Edward Said lo ha descritto come “un uomo coraggioso che dovrebbe essere onorato per i servizi che ha reso all’umanità”.

Dall’Ortodossia all’Attivismo

Israel Shahak nacque a Varsavia il 28 Aprile 1933, da genitori ebrei polacchi istruiti e benestanti. Durante l’occupazione nazista, la sua famiglia venne trasferita nel ghetto di Varsavia. Il fratello maggiore riuscì a fuggire in Inghilterra dove si arruolò nella Royal Air Force e successivamente morì in guerra. Alla scomparsa del padre, Israel venne nascosto dalla madre presso una famiglia cattolica, ma nel 1943 i nazisti catturarono entrambi e li deportarono nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Scampati alla shoah, nel 1945 emigrarono in Palestina all’epoca sotto mandato britannico.

Nel nuovo paese Israel ricevette un’educazione secolare e religiosa ortodossa. Dopo il diploma prestò servizio di leva presso una unità di elite dell’esercito israeliano e una volta adulto rimase tra i riservisti. Successivamente frequentò la Hebrew University di Gerusalemme ed ottenne il dottorato in chimica nel 1961. Dopo aver lavorato per due anni presso l’università di Stanford in California tornò alla Hebrew University come istruttore, successivamente divenne professore.

A più riprese gli studenti lo votarono come professore più stimato dell’ateneo e come chimico diede un significativo contributo alla ricerca sul cancro. Nel 1990 a causa del diabete fu costretto a dedicarsi ad altro. Per tutta la sua vita Israel Shahak rimase un fiero ebreo israeliano ed acquisì una profonda comprensione ed apprezzamento per gli aspetti positivi della storia ebraica. Dal momento in cui giunse in Palestina nel 1945 sentì a casa e mai pensò di vivere altrove, Gerusalemme è stata la città che più ha amato.

Quando era un giovane studente reagì fortemente contro ciò che individuava di negativo (compreso il razzismo) nell’ebraismo classico. Nella metà degli anni sessanta soffrì per la natura reazionaria del sionismo e per l’oppressivo carattere sionista dello stato di Israele. Nel 1965 Israel iniziò la sua attività politica contro l’ebraismo classico ed il sionismo, dopo la guerra del 1967 divenne ancora più esplicito ed attivo, ben presto raggiunse un ampio riconoscimento in Israele, nei paesi e nelle comunità arabe, e in buona parte del resto del mondo fino alla sua morte il 2 luglio 2001. Invocava vigorosamente i diritti umani per tutte le persone e costantemente predicò ed agì contro gli individui e le istituzioni, il più delle volte all’interno della sua società, che opprimevano altri. Per più di trenta anni focalizzò la propria attenzione verso la negazione dei diritti umani in Israele e sull’oppressione dei palestinesi.

Dopo la guerra del 1967 Shahak divenne un attivo ed eminente membro della Lega Israeliana per i Diritti Umani e Civili, nel 1970 ne venne eletto responsabile. La lega, i cui membri erano cittadini ebrei e palestinesi dello stato di Israele, promosse campagne e proteste contro la politica e le azioni del governo israeliano tese a privare i palestinesi dei loro diritti umani, inoltre si occupava di fornire legali ed altro aiuto ai cittadini palestinesi oppressi, raccoglieva e diffondeva informazioni relativamente alla condizione di vita dei palestinesi nei territori occupati dal 1967. Sotto la leadership di Shahak la Lega espanse le proprie attività e divenne più efficace.

Campagne internazionali

All’inizio degli anni settanta Israel Shahak comprese che all’estero non erano sufficientemente note sia la negazione dei diritti umani sia l’oppressione dei palestinesi nello stato di Israele, in tal senso si impegnò a diffondere quante più informazioni possibili, specialmente negli USA. Sperava che ciò potesse condurre molti americani ad opporsi a ciò che il governo israeliano stava facendo e che la pressione da essi esercitata potesse spingere il governo USA a influenzare il governo israeliano nel temperare, se non far cessare, alcune delle sue forme di oppressione.

Anche se tutto questo era un desiderio che non avrebbe prodotto la maggior parte dei risultati sperati Shahak riteneva che il fornire informazioni poteva comunque avere un valore. Io concordavo con la sua analisi e decidemmo di operare insieme. La nostra campagna di informazione negli USA iniziò in maniera attiva nel 1972 quando organizzai una serie di conferenze di Shahak. Tour seguenti pianificati da me e da altri si svolsero durante gli anni settanta, ottanta e primi anni novanta. Durante questi tour Shahak tenne lezioni in università, college, chiese, istituzioni, organizzazioni ed altre istituzioni, inoltre parlò privatamente con molte persone inclusi alcuni membri del congresso e funzionari del dipartimento di stato.

Israel Shahak denunciò chiaramente la negazione dei diritti dei palestinesi di Israele e dei territori occupati. Denunciò inoltre le limitazioni di libertà, pensiero, espressione, le ordinanze sulla terra, le restrizioni di vita, le retribuzioni ineguali, le restrizioni lavorative, la confisca della terra, la distruzione di case, l’incarcerazione gli arresti domiciliari sotto provvedimenti di emergenza, tortura dei prigionieri, punizioni collettive, omicidi, discriminazioni nell’educazione, limitazione dell’attività politica privazione della cittadinanza e molte altre misure. Lui forniva documentazione precisa per ognuno di questi punti spesso distribuiva la traduzione inglese dei suoi articoli, in cui criticava queste misure.

Perentoria critica del sionismo

Shahak sosteneva che l’oppressione del popolo palestinese derivasse dal carattere sionista dello stato di Israele. Comprese, in quanto sopravvissuto alla shoah, che coloro che sono stati oppressi possono divenire a loro volta oppressori.

Il suo saggio “Sionismo come movimento recidivo”, contenuto nel libro Anti Zionism: analitical reflections (Amana, 1989), è una brillante esposizione della sua teoria secondo cui il sionismo ebbe origine come reazione al progressivo cambiamento e venne a dettare la maggior parte delle scelte relativamente alla politica estera ed interna di Israele. Il sionismo unito al militarismo di stato crea le condizioni per aspirazioni territoriali e per una politica interna discriminatoria verso la minoranza non ebrea di Israele.

Shahak sosteneva che il sionismo non è motivato da valori ebraici positivi ma che piuttosto è il desiderio creare un ghetto ebraico pesantemente armato. Sionismo come reazione ma simultaneamente immagine riflessa dell’antisemitismo sciovinista.

Per Shahak l’ideologia sionista potenziata dalla sovranità di Israele costituiva la causa delle negazione dei diritti umani e nazionali dei palestinesi e delle iniquità nello status di cittadini palestinesi dello stato ebraico. In ciò Shahak differisce da alcuni ebrei israeliani di sinistra che criticano specifiche misure oppressive nei confronti dei palestinesi ma che si rifiutano di criticare il sionismo definendosi essi stessi sionisti. Shahak definì questa sinistra sionista ipocrita. Sebbene non sia mai stato né socialista né comunista (fu critico rispetto a queste ideologie) lavorò in stretto contatto sulle questioni dei diritti umani con alcuni marxisti israeliani inclusi membri del Rakah (Partito Comunista Israeliano) ed alcune di queste persone con cui fu spesso impegnato in dibattici politici erano ancora suoi stretti amici.

Traduzioni

Subito dopo il ciclo di conferenze tenute negli USA, Shahak ed io ritenemmo che fosse utile promuovere la regolare distribuzione negli USA di traduzioni in lingua inglese degli articoli critici prodotti dalla stampa ebraica (nelle loro conclusioni vicine al pensiero di Shahak).

Riuscimmo a convincere alcune persone a lanciarsi in questa avventura. Ad esempio il National Council of Churches supportò la pubblicazione di Swasia, ed anche io fui coeditore e distributore di alcune di queste pubblicazioni. In aggiunta a tutto ciò, Shahak scrisse articoli, molti dei quali tradotti da riviste e giornali inglesi ed americani, in cui presentava alcune sue analisi, spesso tratte da articoli della stampa ebraica.

Shahak non amava i leader, secolari e religiosi, di organizzazioni ebree con base negli USA, li criticava severamente per la loro attitudine a seguire ciecamente la politica ufficiale del governo israeliano circa i palestinesi e gli arabi in generale. Spesso credette che la società ebrea di Israele fosse più aperta rispetto a quella degli ebrei americani rispetto ad un serio dibattito circa gli arabi ed Israele.

Shahak additò i leader ebrei americani per la loro mancanza di apertura accusandoli di esercitare pressioni per soffocare il dissenso. Sosteneva che costoro fingono di sapere molto più di quel che effettivamente sanno della società israeliana e di utilizzare l’olocausto per raccogliere denaro e sostegno politico.

Scritti circa la religione ebraica

Negli anni settanta ed ottanta Shahak venne criticato a più riprese dai suoi antagonisti e ricevette anche delle minacce di morte. Non scoraggiato continuò ad indirizzare al suo pubblico discorsi e scritti. Negli anni novanta il suo pubblico divenne più ricettivo. Il suo rifiuto di definire accordi di Oslo come accordi di pace, la critica all’attuale leadership politica palestinese, la critica del giudaismo classico e del fondamentalismo ebraico in Israele gli procurarono dure critiche.

I tre libri di Israel Shahak furono pubblicati tra il 1994 ed il 1999. Con Jewish History, Jewish Religion: the Weight of Three Thousand Years (Pluto, 1994) realizzò, grazie una ricerca e un analisi che ripercorreva almeno quattro decenni, un pungente attacco al giudaismo classico ed al suo più recente sviluppo il giudaismo ortodosso.

Commentando questo libro Noam Chomsky scrisse: “Shahak è uno studioso prominente con una conoscenza profonda e di vedute notevoli. Il suo lavoro è ben informato e penetrante, un contributo di grande valore”.

Il libro Jewish fondamentalism in Israel di cui sono stato coautore è uno studio ancora più profondo di un importante aspetto del giudaismo classico e ortodosso. Questo libro rimarca l’importanza della crescita dell’influenza e del potere del fondamentalismo ebraico in Israele. Traccia la storia e lo sviluppo del fondamentalismo ed esamina le sue diverse correnti. Il libro colloca l’assassinio del primo ministro Rabin all’interno del contesto di una tradizione di punizioni e omicidi di ebrei considerati essere eretici od informatori. La natura antidemocratica del fondamentalismo ebraico è evidente nella nostra analisi entrambi i libri sopracitati sottolineano le connessioni tra alcuni degli aspetti negativi del sionismo e i filoni del giudaismo ortodosso classico.

In Open Secrets: Israeli Nuclear and Foreign Policies (Pluto, 1997), Shahak presentò un’analisi della politica estera israeliana sulla base di una serie di articoli che scrisse tra il 1992 ed il 1995 (tratte per lo più dalla stampa ebraica). Argomentò che Israele stava conducendo una politica segreta di espansionismo su molti fronti con l’obiettivo di ottenere il controllo non solo della Palestina ma dell’intero Medio Oriente. Una traiettoria che lui considerava essere un profondo pericolo sia per gli ebrei che per i non ebrei.

In questo contesto è appropriato ciò che Gore Vidal scrisse nella sua introduzione a Jewish History, Jewish Religion descrivendo Israel Shahak come “l’ultimo, ma non l’ultimo dei grandi profeti”.

Tradotto da Against The Current, September 2001.

LA SEDE APOSTOLICA E GLI EBREI (1751)

lunedì, marzo 23rd, 2009

“A QUO PRIMUM” 

Enciclica papale sul pericolo di permettere agli Ebrei di vivere mischiati ai Cristiani.

 Premessa: Benedetto XIV fu Papa dal 1740 al 1758. Informato dei disagi che pesavano sui Cristiani che in Polonia erano invasi dagli Ebrei, nel 1751 inviò una lettera ai Vescovi di quella terra per ricordare loro il pericolo che rappresenta la convivenza indiscriminata di questi due gruppi. [132]

Per ben capire la politica dei Papi sulla presenza ebraica in seno alle nazioni cristiane bisogna sapere che sul piano religioso c’è sempre stata opposizione tra Ebrei e Cristiani. I due gruppi condividono una parte delle Scritture religiose, ma sono talmente separati nel modo di interpretarle, che alla fine ognuno ha tendenza a vedere nell’altro l’incarnazione del male. [133] A causa di ciò il pericolo di affronti è sempre stato enorme tra i due gruppi, il che spiega gli interventi dei Papi su questo argomento.

I Papi non volevano che i vescovi e i principi delle nazioni cristiane rifiutassero l’ospitalità agli Ebrei, ma che lo facessero secondo una regola di disciplina. Questa disciplina esigeva che gli Ebrei accolti vivessero separati dal resto della società cristiana, in modo da evitare le beghe che nascevano ogni volta che le autorità locali, per negligenza, permettevano agli Ebrei di vivere mischiati ai Gentili. [134]

Questo documento è come un riassunto, breve e lucido, della grandezza e della miseria del Popolo ebraico. Esso è l’ultimo documento papale che tratti direttamente di questo argomento.

 A QUO PRIMUM:

 «Al Primate di Polonia, agli Arcivescovi e Vescovi della Polonia, a proposito di ciò che è vietato agli Ebrei che vivono nelle stesse città o negli stessi quartieri dei Cristiani.

 Venerabili fratelli, salute e benedizione apostolica. Secondo quanto racconta Dlugoss, autore dei vostri Annali (lib. 2, p. 94) verso la fine del decimo secolo, durante il papato del nostro Predecessore Leone VIII e per opera del sovrano Miecislao e della cristiana sua moglie Dambrowka, la suprema bontà di Dio si è compiaciuta di porre le fondamenta della nostra Santa Religione Cattolica nel Regno di Polonia. Fin da quell’epoca la pia e devota Nazione Polacca con tanta costanza ha perseverato nell’intrapreso culto della Santa Religione. (…)

Allora furono pure raccolte in ampio volume le Costituzioni Sinodali della provincia di Gnesn, in cui sono trascritti tutti gli utili e sapienti provvedimenti previsti e presi dai Vescovi polacchi affinché nei Popoli affidati al loro governo la Religione cristiana non fosse contaminata dalla perfidia giudaica, tenuto conto che la qualità dei tempi comporta che sia i Cristiani, sia anche i Giudei convivano nelle stesse città e villaggi. Ciò conferma con luminosa evidenza (già lo si è detto) quanto merito abbia la Nazione Polacca nell’aver sempre cercato di conservare integra e protetta la Santa Religione tramandata, tanti secoli innanzi, dai suoi Antenati.

Anche se molti sono i capitoli delle Costituzioni di cui testé si è fatto menzione, di nessuno vi è ragione di dolerci, tranne che dell’ultimo. (…) Siamo venuti a sapere quanto costì si sia moltiplicato il numero dei Giudei, al punto che non pochi luoghi, città e villaggi che, come appare dai ruderi, erano prima opportunamente protetti da mura e che, come appare dalle antiche Tavole o dai Regesti, erano popolati da un grande numero di abitanti Cristiani, si trovano ora diroccati, sconci per l’abbandono e lo squallore e tuttavia gremiti di un gran numero di Giudei e quasi del tutto deserti di Cristiani. Abbiamo appreso inoltre che (…) ogni traffico di utili merci, quale quello dei liquori e anche del vino, è gestito dagli stessi Ebrei, i quali sono ammessi ad amministrare il reddito pubblico; per di più essi posseggono osterie, poderi, villaggi, beni per cui, conseguito il potere padronale, non solo fanno lavorare senza posa, esercitando un dominio crudele e disumano, i miseri uomini Cristiani addetti alle attività agricole e li costringono al trasporto di pesi immani; ma anche infliggono pene; coloro che sono sottoposti alle staffilate, ne riportano il corpo piagato. Come può accadere che quegli infelici dipendano dall’autorità dell’uomo Giudeo, quali sudditi sottomessi al cenno e al volere del Signore? Come può essere che nell’infliggere queste pene si lasci loro far uso di una funzione propria del Ministro cristiano, al quale appartiene la facoltà di punire? Ma poiché questi, per non essere allontanato dall’incarico, è costretto ad eseguire gli ordini del padrone Giudeo, così gli ordini tirannici finiscono per essere rispettati.

Oltre alle pubbliche cariche che, come abbiamo appena detto, sono ricoperte dai Giudei (la gestione di osterie, di villaggi, di poderi, dal governo dei quali beni tanti danni ricadono sugli uomini Cristiani) si aggiungono altri assurdi fatti che, se rettamente valutati, possono recare maggior danno e iattura a coloro cui furono fatti conoscere. È una cosa assolutamente riprovevole che gli stessi Giudei siano accolti nelle case dei Magnati con l’incarico di amministrare sia gli affari domestici, sia quelli economici (e ciò comporta il titolo di sovrintendente della casa), per cui trovandosi a coabitare in una stessa casa con i Cristiani, con pervicacia impongono e ostentano sopra di questi una sorta di dominio. Ormai, in verità, nelle città e nelle campagne non solo è dato vedere in ogni dove i Giudei frammisti ai Cristiani, ma si aggiunge l’assurdo che i primi per nulla si vergognano di tenere in cassa anche Cristiani di ambo i sessi addetti come famiglie al loro servizio. Inoltre gli stessi Giudei, essendo dediti all’esercizio della mercatura e dopo che in tal modo accumularono una grande somma di danaro, con la smodata pratica dell’usura prosciugano censo e patrimoni dei Cristiani: e benché essi prendano a prestito danaro dagli uomini Cristiani con pesante ed eccessivo tasso d’interesse e con la garanzia delle loro Sinagoghe, risulta chiaro ad ogni osservatore che quel prestito è da loro contratto per questa ragione: dopo aver ottenuto dai Cristiani una somma di danaro e dopo averla investita nell’attività commerciale, non solo da essa traggono tanto guadagno, quanto sarebbe bastevole ad estinguere il prestito ed insieme ad accrescere, in tal modo, le proprie ricchezze; ma nello stesso tempo quanti sono i loro creditori, altrettanti sono considerati Patroni delle loro Sinagoghe e di loro medesimi.

Il famoso monaco Radulfo, sospinto una volta da eccesso di zelo, a tal punto s’infiammò contro i Giudei che nel secolo dodicesimo, in cui visse, percorse la Gallia e la Germania e, predicando contro gli stessi Giudei, in quanto nemici della nostra Santa Religione. A tal segno infiammò anche i Cristiani che questi li distrussero fino allo sterminio: questo fu il motivo per cui i Giudei furono massacrati in gran numero. E cosa mai si ritiene che quel monaco farebbe o direbbe oggi se fosse tra i vivi, e se vedesse ciò che accade attualmente in Polonia? A questo eccessivo e furente zelo di Radulfo si oppose quel grande S. Bernardo, che nella sua Epistola 363, inviata al Clero e al Popolo della Gallia Orientale, così lasciò scritto: “Non si deve perseguitare gli Ebrei, non si deve ucciderli, e nemmeno cacciarli. Interrogateli circa le Divine pagine. Ho inteso la profezia che nel Salmo si legge circa i Giudei: Dio mi pose sopra ai miei nemici, dice la Chiesa, non perché li uccidessi, neppure quando si dimenticano del mio Popolo. Senza dubbio le vive scritture ci rappresentano la Passione del Signore. Perciò gli Ebrei sono dispersi in tutte le terre e, fin tanto che non avranno espiato la giusta pena per l’immane delitto, siano testimoni della nostra Redenzione”.

Poi, nell’epistola 365 ad Enrico, Arcivescovo di Magonza, così egli scrive: “Forse che ogni giorno la Chiesa non trionfa sui Giudei o convincendoli o convertendoli, e quindi con più frutto che se in un sol tratto e insieme li annientasse con la punta della spada? Forse che vanamente è stata composta quella universale preghiera della Chiesa che viene innalzata a favore dei perfidi Giudei, dall’alba fino al tramonto, affinché il Dio e Signore strappi il velame dai loro cuori, in modo che dalle loro tenebre siano condotti alla luce della verità? Se infatti fosse vana la speranza che essi, increduli quali sono, diverranno credenti, superfluo e vano parrebbe anche il pregare per essi”.

Contro Radulfo anche l’Abate cluniacense Pietro, nello scrivere a Ludovico Re dei Franchi, lo esortò a non permettere che si compissero eccidi di Giudei. Al tempo stesso lo incitò a rivolgere l’attenzione verso di loro per i loro eccessi, e a spogliarli dei loro beni, carpiti ai Cristiani o accumulati con l’usura, e a trasferire il loro danaro in uso e beneficio della Santa Religione, come si può leggere negli Annali del Venerabile Cardinale Baronio “nell’anno di Cristo 1146”.

Noi pure, non meno in questa questione che in tutte le altre, abbiamo assunto la stessa norma di comportamento che tennero i Romani Pontefici Nostri Predecessori. Alessandro III, minacciando gravi pene, proibì ai Cristiani di prestare servizio continuato alle dipendenze di Giudei: “Non si offrano ai Giudei in assiduo servizio per alcuna mercede”. Il motivo di ciò è esposto dallo stesso Alessandro III con le parole che seguono: “Perché i costumi dei Giudei e i nostri non concordano affatto; gli stessi (ossia i Giudei) facilmente attraggono gli animi delle persone semplici alla loro perfida superstizione con la continua convivenza e con l’assidua familiarità”. Così si legge nel Decretale: “Ad hæc, de Judæis”.

Innocenzo III, dopo aver spiegato per qual motivo i Giudei erano accolti dai Cristiani nelle loro città, ammonisce che il metodo e la condizione di tale accoglienza devono essere regolati in modo che essi non ricambino il beneficio con il maleficio. “Coloro che per misericordia sono ammessi alla nostra familiarità, ci ripagano con quella ricompensa che erano soliti offrire ai loro ospiti, secondo un proverbio popolare: un sorcio in bisaccia, un serpente in grembo e fuoco nel seno”.

Lo stesso Pontefice, aggiungendo che è conveniente che i Giudei siano asserviti ai Cristiani e non già che questi prestino orecchio a quelli, così prosegue: “Che i figli di una donna libera non siano al servizio dei figli di un’ancella, ma come servi riprovati da Dio, in quanto tramarono crudelmente per farlo morire, si riconoscano almeno servi di coloro che la morte di Cristo rese liberi, e quelli servi per effetto del loro operato”. Queste parole si trovano nel suo Decretale: “Etsi Judaeos”. In altri Decretali ancora: “Cum sit nimis” sotto lo stesso titolo “De Judaeis et Saracenis” affinché i Giudei non siano assunti in pubblici impieghi, prescrive: “Sia vietato preferire i Giudei in pubblici uffici, poiché in tale veste sono dannosi, ai Cristiani soprattutto”.

Anche Innocenzo IV, mentre scriveva al Santo Ludovico Re dei Franchi che aveva intenzione di espellere i Giudei dai confini del suo Regno, approva una tale decisione poiché essi non rispettavano affatto quelle disposizioni che erano prescritte dalla Sede Apostolica nei loro confronti: “Noi, con tutti i nostri sentimenti aspirando alla salute delle anime, concediamo a Te, con l’autorità dettata dalle circostanze, la facoltà di cacciare i predetti Giudei o per opera tua o di altri, soprattutto perché non rispettano (come ci risulta) gli Statuti promulgati contro di essi dalla predetta Sede”. Così si legge presso Rainaldo (Anno di Cristo 1253, n. 34).

Se poi si chiede quali siano quelle cose che dall’Apostolica Sede sono proibite ai Giudei che vivono dentro le stesse città in cui abitano i Cristiani, diciamo che si permettono ad essi quelle stesse facoltà che oggi nel Regno di Polonia sono loro concesse e che da noi sono esposte più sopra. Evidentemente per acquisire tale verità non vi sarà bisogno di una vasta lettura di libri. È sufficiente scorrere il titolo dei Decretali “De Judaeis et Saracenis”, dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: Nicola IV, Paolo IV, San Pio V, Gregorio XIII e Clemente VIII. Le Costituzioni sono disponibili nel Bollario Romano. Voi infatti, Venerabili Fratelli, per comprendere chiaramente tali questioni non avete neppure la necessità di affrontare l’impegno della lettura. Vi soccorrono tutte le prescrizioni e le decisioni prese nei Sinodi dei vostri predecessori; poiché essi certamente non omisero di inserire nelle loro Costituzioni tutte quelle disposizioni che – per quanto riguarda l’attuale materia – furono sancite ed ordinate dai Romani Pontefici.

Tuttavia il colmo della difficoltà consiste in ciò che o la memoria delle Sanzioni Sinodali dilegua, o viene negletta l’esecuzione di esse. Su di voi, pertanto, Venerabili Fratelli, incombe l’onere di rinnovarle. Ciò richiede la natura del vostro ufficio: che insistiate con solerzia nell’applicazione di esse. In questa impresa, com’è bene e giusto, cominciate dagli uomini Ecclesiastici, per i quali è doveroso mostrare agli altri la via comportandosi rettamente, e con l’esempio far luce ad altri ancora. Per grazia della Divina pietà, a Noi giova sperare che il buon esempio degli Ecclesiastici ricondurrà sul retto sentiero i Laici che si sono sviati. Invero, quelle disposizioni da voi poterono essere accolte e annunciate tanto più facilmente e fiduciosamente in quanto (in base al contributo recato da affidabili e capaci informatori) mi giunse notizia che nè i vostri beni nè i vostri diritti sono stati da voi concessi in appalto ai Giudei; che nessun affare intercorra con essi, nè quello di dare danaro in prestito nè quello di riceverlo; in breve che Voi siate del tutto liberi e immuni da ogni traffico con essi.

Il criterio e il metodo prescritti dai Sacri Canoni per esigere dai ribelli la dovuta obbedienza nei processi, consistono nell’applicare le Censure, e nel provvedere inoltre che tra i casi riservati siano da ascrivere anche coloro che si suppone possano minacciare uno scisma religioso. Certamente vi è noto che il Sacro Concilio Tridentino provvide alla stabilità della vostra giurisdizione allorché a Voi stessi attribuì il diritto d’intervento in casi riservati; nè quei casi restrinse soltanto ai pubblici delitti, ma li estese e li ampliò anche ai più gravi ed atroci, perché non siano soltanto affari privati. Più volte dunque dalle Congregazioni di questa nostra alma Urbe, in vari Decreti e in Lettere Encicliche, fu deciso e deliberato che fra i casi più gravi ed atroci si dovessero annoverare quelli verso cui gli uomini sono più proclivi, e che sono il flagello sia della disciplina Ecclesiastica che della salute delle Anime affidate alla cura del Vescovo; come Noi abbiamo diffusamente dimostrato nel nostro trattato “De Synodo Diocesano” (Lib. 5, cap. 5).

A questo fine non sopporteremo che da parte Nostra si faccia desiderare cosa che sia d’aiuto per Voi, e per risolvere le difficoltà che senza dubbio incontrerete se Voi dovrete procedere contro quegli Ecclesiastici che si sono sottratti alla Vostra giurisdizione. Noi al Venerabile Fratello Arcivescovo di Nicea e costà Nostro Nunzio abbiamo assegnato gli opportuni incarichi circa la stessa questione, perché prenda i necessari provvedimenti nei limiti delle facoltà a lui attribuite. Ad un tempo vi promettiamo che Noi, quando si presenterà l’occasione, non tralasceremo di trattare questa questione anche con coloro che possono fare in modo che dal nobile Regno Polacco siano cancellate una macchia e una ignominia di tal natura. Inoltre voi, Venerabili Fratelli, invocate anzitutto la protezione da Dio, che è l’artefice di ogni bene, con la più fervente commozione del cuore. E ancora da Lui implorate con le vostre preci l’aiuto per Noi e per questa apostolica Sede.

Mentre vi abbracciamo con pienezza di carità, amorevolmente impartiamo alle Vostre Fraternità e ai Greggi affidati alle Vostre cure l’Apostolica Benedizione.

Dato da Castel Gandolfo, il giorno 14 giugno 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato. »

 http://www.terrasantalibera.org/AscoltaIsraele=JohannesDeParvulis.htm#go_annesso

GLI SQUADRONI DELLA MORTE DI ISRAELE

lunedì, marzo 23rd, 2009

la storia di un soldato 

Per la prima volta un ex membro di uno

squadrone della morte israeliano ha rotto il silenzio

di Donald Macintyre – The Independent

 


La politica militare israeliana degli assassini selettivi è stata per la prima volta descritta da dentro. In un’intervista con The Independent on Sunday [IoS], e nella sua testimonianza ad un’organizzazione di ex soldati, Breaking the Silence [Rompendo il silenzio], un ex membro di uno squadrone della morte ha parlato del suo ruolo in una fallita imboscata nella quale morirono, con i due combattenti attaccati, due passanti palestinesi.

L’operazione, che ebbe luogo poco più di otto anni fa, all’inizio dell’attuale Intifada, causò traumi psicologici all’ex tiratore scelto. Fino ad oggi non ha mai raccontato ai genitori la sua partecipazione a quello che chiamò “il primo assassinio faccia a faccia dell’Intifada”.

Man mano che si sviluppava la sollevazione, gli assassini selettivi si trasformarono in un’arma di uso routinario nell’arsenale dei militari israeliane, specialmente a Gaza, dove gli arresti diventarono in seguito meno facili che in Cisgiordania. I più clamorosi furono quelli dei dirigenti di Hamas, Ahmed Yassin ed Abdel Aziz Rantisi nel 2005, e di Said Siyam nella più recente offensiva. Ma gli attacchi contro militanti di rango minore, come quello assassinato nell’operazione descritta dall’ex soldato, diventarono abbastanza comuni da provocare pochi commenti.

L’incidente descritto dall’ex soldato sembra quasi triviale se paragonato a tutto quello che è successo da allora a Gaza, culminando con le più di 1.300 vittime palestinesi inflitte dall’Operazione Piombo Fuso a gennaio di quest’anno. Sarebbe potuto essere dimenticato da tutti, con l’eccezione dei diretti interessati, se non fosse stato per l’inusuale racconto fatto a Breaking the Silence, organizzazione che ha raccolto le testimonianze di centinaia di ex soldati su quanto videro e fecero – inclusi gli abusi contro i palestinesi – durante il loro servizio nei Territori Occupati.

Questo racconto, raccolto in un’intervista con l’Independent on Sunday, ed ampiamente confermato dalla testimonianza di un altro soldato a Breaking the Silence, sfida direttamente gli elementi della versione ufficiale dell’epoca, ed offre una nuova prospettiva sulla tattica degli assassini selettivi dell’esercito israeliano. Lo stesso fanno i commenti del padre di uno dei palestinesi assassinati, e di quello che sopravvisse, riportati dall’Independent on Sunday.

La nostra fonte non può essere identificata dal nome, soprattutto perché si è deciso finalmente a parlare di quanto successo, ed in teoria potrebbe essere accusato all’estero per il suo ruolo diretto in un assassinio, del genere che la maggioranza dei paesi occidentali considera come una grave violazione del diritto internazionale. Proveniente da una buona famiglia, ed ora integrato nella vita civile nell’area di Tel Aviv, l’ex soldato ha circa 30 anni. Intelligente e distinto, e con una memoria dettagliata dei numerosi aspetti, è scrupoloso nell’ammettere che il suo ricordo su altri punti potrebbe essere incompleto.

L’ex soldato di leva ha raccontato che la sua unità speciale era stata addestrata per un assassinio, ma che in seguito venne loro detto che sarebbe trattato di un’operazione di arresto. Avrebbero sparato solo se l’uomo in questione aveva armi dentro la sua automobile. “Ci sentivamo abbastanza infastiditi perché sarebbe stato un arresto. Volevamo ammazzare”, ha detto. Allora l’unità si diresse verso sud, a Gaza, e prese posizione. Era il 22 di novembre del 2000.

Il principale obiettivo dello squadrone era un militante palestinese chiamato Jamal Abdel Razeq. Stava nel sedile del passeggero di una Hyundai nera, condotta verso nord, in direzione di Khan Younis, dal suo compagno Awni Dhuheir. Entrambi gli uomini ignoravano completamente la trappola che li aspettava vicino all’incrocio Morag. Quella parte della strada principale Salahadin da nord a sud, a Gaza passava direttamente vicina ad un insediamento ebraico. Razeq era abituato a vedere dei mezzi corazzati per il trasporto truppe (APC) sul ciglio della strada, ma non aveva idea che il regolare equipaggio di quello era stato rimpiazzato da uomini di un’unità speciale di élite della forza aerea, inclusi almeno due cecchini altamente addestrati.

Da quando aveva lasciato la sua casa di Rafah quella mattina, lo Shin Bet – il servizio di intelligence israeliano – aveva monitorato ogni suo movimento con particolare precisione, grazie ad un continuo contatto tramite telefono cellulare con due collaborazionisti palestinesi, tra i quali uno degli zii. L’uomo che doveva ammazzarlo, dice, era “sorpreso” dei dettagli trasmessi dallo Shin Bet al comandante dell’unità: “Quanto caffè aveva nel suo bicchiere, quando partiva. Sapevano che aveva un autista [e]… dissero che aveva armi nel bagagliaio, non nell’automobile. Per 20 minuti sapevamo che doveva essere un semplice arresto, perché non aveva armi nell’auto”.

Ma a quel punto, dice, gli ordini cambiarono improvvisamente. “Dissero che mancava un minuto al suo arrivo, e alla fine ricevemmo l’ordine che sarebbe stato un assassinio”. Egli pensa che l’ordine proveniva da una sala operativa apposita e la sua impressione fu che “tutti i grandi capi stavano lì”, tra essi un brigadier generale.

Sicuramente i due militanti palestinesi ancora non sospettavano nulla avvicinandosi all’incrocio, perfino quando un grande camion trasporti dell’esercito israeliano sbucò da un lato, girando per tagliargli la strada. Non avevano modo di sapere che il camion era strapieno di soldati armati in attesa di quel momento. Un 4×4 fu inviato per strada, solo in caso che accadesse “qualcosa di realmente brutto”.

Ma qualcosa andò storto: il camion uscì troppo veloce e bloccò non solo i militanti sulla loro Hyundai nera, ma anche il taxi Mercedes bianco di fronte a loro. Questo portava Sami Abu Laban, panettiere di 29 anni, e Na’el Al Leddawi, studente di 22. Stavano andando da Rafah a Khan Younis per tentare di comprare del combustibile per alimentare i forni del pane.

Avvicinandosi il momento critico, il tiratore scelto cominciò a tremare dalla vita in giù. “Quello che succede ora è che sto aspettando che arrivi l’automobile e perdo controllo delle gambe. Ho un M16 con digicom, [mirino speciale per cecchini]. E’stata una delle cose più strane che mi siano mai successe. Mi sentivo completamente concentrato. Cosicché, mentre contiamo i secondi, cominciamo a vedere le automobili, e ne vediamo arrivare due, non una. C’era una prima automobile molto vicina alla seguente e quando il camion entrò, un po’ in anticipo, entrambe le automobili si fermarono. Tutto si fermò. Ci diedero due secondi e dissero: ‘Sparate! Fuoco!’” Chi diede l’ordine ed a chi? “Il comandante dell’unità… a tutti. Tutti sentirono ‘Fuoco’”

L’obiettivo, Razeq, era nel sedile del passeggero, più vicino all’APC. “Non ho dubbi, lo vedo nel mirino. Comincio a sparare. Tutti cominciano a sparare e perdo il controllo. Sparo per uno o due secondi. Contai dopo – sparai 11 pallottole nella sua testa. Avrei potuto sparare un solo colpo e basta. Furono cinque secondi di spari”.

“Guardai nel mirino, vedevo metà della sua testa. Non avevo motivo per sparare 11 pallottole. Penso che forse sia stato per paura, forse per affrontare tutte le cose che stavano succedendo. Continuai a sparare”.

Per quanto ricorda, l’ordine di sparare non fu specifico per i cecchini nell’APC. Non può sapere con sicurezza se i soldati nel camion pensarono erroneamente che parte degli spari erano diretti contro di loro dalle automobili. Ma dice che dopo che si fermò “gli spari aumentarono. Penso che la gente nel camion venne presa dal panico. Stavano sparando ed una delle automobili comincia a partire ed il comandante dice: “Alt!, alt!, alt!” Ci vollero un paio di secondi per fermarsi completamente e ciò che vedo dopo sono entrambe le automobili piene di buchi. Anche la prima auto, quella che stava lì per coincidenza.”

Razeq e Dhuheir, i militanti, erano morti. Anche Abu Laban e Al Leddawi. Miracolosamente, l’autista del taxi, Nahed Fuju, era illeso. Il tiratore scelto ricorda solo uno dei quattro corpi che giacevano sul terreno.. “Quel corpo mi inorridì. Era come un sacco. Era pieno di mosche. Chiesero chi aveva sparato alla prima automobile [la Mercedes] e nessuno rispose. Penso che tutti fossero confusi. Era ovvio che era stata un’assurdità e nessuno l’ammetteva.” Ma il comandante non fece un interrogatorio formale fino a che l’unità ritornò alla sua base principale.

“Il comandante entrò e disse: ‘Congratulazioni. Abbiamo ricevuto una telefonata dal Primo Ministro, dal Ministro della Difesa e dal Capo di Stato Maggiore. Tutti si congratulano con noi. La nostra missione è riuscita perfettamente. Grazie.’ E da quel momento, intesi che erano molto contenti”. Dice che l’unica discussione fu riguardo al rischio reale di perdite fra i soldati per il fuoco amico durante la sparatoria, in cui uno dei veicoli dell’esercito israeliano venne raggiunto da pallottole di rimbalzo, ed alla fine della quale perfino un soldato uscì dal 4×4 e sparò ad un corpo inerte a terra.

La sua impressione era che “volevano che la stampa o i palestinesi sapessero che facevamo un passo in avanti nella nostra lotta”, ed aggiunge: “Il sentimento fu di un gran successo ed io aspettavo un interrogatorio che ci facesse tutte quelle domande, che mostrasse del disappunto per l’esito negativo, ma non accadde. L’unica cosa che sentii è che i comandanti sapevano che era stato un grande successo politico per loro”.

L’incidente causò immediatamente una certa commozione. Mohammed Dahlan, allora capo della Sicurezza Preventiva diretta da Fatah a Gaza, lo definì un “barbaro assassinio”. La relazione allora presentata alla stampa dal brigadier generale Yair Naveh, a capo delle forze dell’esercito israeliano a Gaza, fu che doveva essere un’operazione d’arresto, ma che venne riferito che qualcosa era andata male. Razeq aveva tirato fuori un Kalashnikov e tentato di aprire il fuoco contro le forze israeliane, ed allora i soldati spararono contro il suo veicolo. Benché Razeq fosse il principale obiettivo, si affermò che anche le due vittime nel taxi erano attivisti di Fatah con legami con Razeq”.

Il signor Al Leddawi ha detto la settimana scorsa che la presenza di suo figlio fu un tragica coincidenza e che la famiglia non aveva mai sentito parlare degli altri due uomini. “Fu tutta una coincidenza che siano stati lì”, disse. “Non abbiamo niente a che vedere con la resistenza in questa famiglia” Oltre a dire che non aveva ricevuto “un solo shekel” in risarcimento, il tassista, signor Fuju, non volle parlare con noi a Rafah la settimana scorsa. “Volete intervistarmi affinché gli israeliani bombardino la mia casa?”.

I militari israeliani dissero, in risposta a dettagliate ricerche sull’incidente e alle discrepanze tra la loro relazione dell’epoca e quella dei palestinesi, ed ora quella dell’ex soldato, che “prendono molto sul serio le violazioni dei diritti umani” ma che “si dispiacciono che Breaking the Silence non fornisca loro dettagli o testimoni sugli incidenti dei quali parla al fine di permettere un’investigazione esaustiva.” Aggiungono che “quei soldati e i comandanti non avvicinarono i loro superiori… con lamentele durante il loro servizio.”

Le nostre rivelazioni in breve: unità segreta in una missione per uccidere

Independent on Sunday ha ottenuto una relazione che, per la prima volta, spiega il servizio in uno degli squadroni della morte delle forze armate israeliane.

Un ex soldato ha informato IoS ed un’organizzazione di ex soldati della sua partecipazione ad un’imboscata riuscita male, che ha ucciso accidentalmente due uomini con i due miliziani che erano il loro obiettivo.

L’ex soldato, tiratore scelto addestrato, dice che sparò 11 pallottole alla testa del miliziano la cui morte era stata ordinata dai suoi superiori. Allo squadrone gli avevano detto inizialmente di stare uscendo per una missione di arresto, ma un minuto prima gli ordinarono di sparare a morte.

Invece di discutere a posteriori i difetti dell’operazione, allo squadrone venne detto di aver ottenuto un successo perfetto” con le congratulazioni del Primo Ministro e dal Capo dello Stato Maggiore.

 Articolo originale:

http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israels-death-squads-a-soldiers-story-1634774.html

Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Link: www.resistenze.org/sito/te/po/is/pois9c18-004693.htm

 

I CRIMINALI

domenica, marzo 22nd, 2009

Israele sperimenta nuove armi non convenzionali a Gaza

 Israele sta sperimentando nuove armi non convenzionali contro la popolazione civile di Gaza. E’ la denuncia del New Weapons Research Committee, secondo il quale “si sta ripetendo nella Striscia ciò che è già avvenuto in Libano nel 2006, quando lo stato ebraico utilizzò nel conflitto contro l’organizzazione sciita Hezbollah il fosforo bianco, il Dense inert metal explosive (Dime) e gli ordigni termobarici, tre tipologie di strumenti di offesa riconoscibili per le caratteristiche delle ferite che provocano, nonché le bombe a grappolo e i proiettili all’uranio, che hanno lasciato tuttora sul terreno nel Paese dei cedri tracce di radioattività e ordigni inesplosi”.

Si moltiplicano le evidenze dell’impiego di queste armi ora anche nella Striscia di Gaza anche se, precisa il NWRC, a causa del blocco degli ingressi ancora non sono state possibili verifiche dirette indipendenti. “Le immagini e le testimonianze che giungono dal conflitto – spiega Paola Manduca, professoressa di genetica dell’università di Genova e membro del NWRC – presentano significative somiglianze con quelle raccolte e verificate nella guerra di luglio e agosto 2006 in Libano”. Mads Gilbert, medico norvegese dell’organizzazione non governativa Norwac, attualmente al lavoro nell’ospedale Shifa, il maggiore di Gaza, segnala che “molti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate”; ferite, spiega, “che io sospetto siano ferite da armi Dime”. Non solo, ma anche le immagini che arrivano da Gaza sembrano confermare i sospetti. Le ustioni riportate da alcuni bambini a Gaza, appaiono molto simili a quelle evidenziate nel 2006 dal dottor Hibraim Faraj, chirurgo dell’ospedale di Tiro e dal dottor Bachir Cham di Sidone. “Attualmente – sottolinea Manduca – ci arrivano report da medici e da testimoni informati che ci fanno ritenere che, oltre alle armi usate nel 2006, ulteriori nuove armi siano sperimentate oggi a Gaza. Questo rende necessario che ulteriori indagini scientifiche e tecniche siano intraprese”.

In questi due anni il NWRC ha realizzato verifiche scientifiche con tecniche di istologia, microscopia elettronica a scansione e chimiche su biopsie da vittime della guerra del 2006 e insieme a dottori libanesi e palestinesi, ha raccolto casistica clinica e documentazione dalle quali emerge che bombe termobariche, Dime e armi a intensità subletale mirate sono state usate nelle guerre del 2006 in Libano, mentre Dime e armi mirate subletali sono state impiegate a Gaza. NWRC ha presentato una relazione di questo lavoro al Human Rights Council delle Nazioni unite, al Tribunale del popolo sui crimini della guerra in Libano ed è stato ascoltato dalla Commisione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito del Senato. Inoltre ha collaborato con scienziati internazionali che hanno identificato l’uso di bombe a penetrazione con uranio, arricchito e impoverito, in Libano.

NWRC è una commissione indipendente di scienziati basata in Italia che studia l’impiego delle armi non convenzionali e i loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree dove vengono utilizzate. Gli scopi della sua attività sono: ottenere prova delle armi usate; determinare i rischi a lungo termine su individui e popolazioni anche dopo la fine del conflitto; imparare a curare e proteggere i sopravvissuti attraverso indagini cliniche e predittive.

Ufficio stampa
Fabio De Ponte
TEL. 347.9422957 – MAIL: info@newweapons.org
www.newweapons.org

http://www.forumpalestina.org/news/2009/Gennaio09/10-01-09IsraeleSperimenta.htm

IL SICARIO DELL’ADL

domenica, marzo 22nd, 2009

L’uomo della comunità ebraica che gestisce i rapporti con il Pdl è il deputato Alessandro Ruben, eletto alla Camera in quota Alleanza nazionale. I suoi legami con Forza Italia e An sono ottimi. Tanto da potersi confrontare con Gianfranco Fini, sempre attento alle ragioni di Israele e dell’ebraismo, sui modi in cui è stata gestita la sera prima la trasmissione Annozero. Conduzione che Ruben non ha certo gradito.

Non è un caso se il deputato, a metà pomeriggio, decide di alzare la voce contro le dichiarazioni dello stesso Santoro: «Qualcuno dovrebbe ricordargli che il Presidente della Camera rappresenta un organo Costituzionale. Pertanto, l’offesa rivolta al suo massimo rappresentante, è un’offesa al Parlamento. Santoro si vergogni delle sue indegne affermazioni. Vorrei sapere – aggiunge Ruben annunciando la presentazione di un’interpellanza parlamentare in merito – quali provvedimenti l’Ordine dei giornalisti voglia prendere nei confronti di un suo iscritto che ha palesemente violato il rispetto delle Istituzioni». Poco dopo anche Pacifici chiederà all’Ordine di intervenire.

 Il Tempo, 17 gen. 2009

http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/01/17/977541-fabio_perugia_perugia_iltempo_immagini_arrivate.shtml

L’EDITORE SCOMPARSO

domenica, marzo 22nd, 2009

LUTTO PER IL REVISIONISMO : È MORTO ANTONIO GUERIN 

Ho appreso da poco la notizia della morte di Antonio Guerin (http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=486562 ).

Guerin fu combattente della RSI e, nel dopoguerra, direttore del mensile Sentinella d’Italia. Era un vero veterofascista e, come tale, aveva idee molto diverse dal sottoscritto (che, in ambito revisionista, ha sempre guardato a sinistra, a cominciare da Paul Rassinier) ma era un fascista rispettabile per il suo coraggio, a differenza dei troppi neofascisti che hanno infestato il dopoguerra italiano, giustamente fustigati per la loro statura miserrima da Vincenzo Vinciguerra.

Ad Antonio Guerin il revisionismo deve la pubblicazione, negli anni ‘80, dei primi tre studi di Carlo Mattogno: Il Rapporto Gerstein: Anatomia di un falso (1985), La Risiera di San Sabba: un falso grossolano (1985: http://www.vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html ), e Il mito dello sterminio ebraico – Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista (1985: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres4/ilmito.pdf ).

 Ricordiamolo con simpatia!

[Anche noi. aaargh. Non per le idee politiche, che non condividiamo, ma per il coraggio du pubblichare.]

http://andreacarancini.blogspot.com/2009/01/lutto-per-il-revisionismo-morto-antonio.html